Traduzioni

Ray Givans

 

A cura di Chiara De Luca

 

 

 

da Tolstoj innamorato, Edizioni Kolibris, Bologna 2011

 

 

 

 

Anna Akhmatova

 

 

Let the moon take its bow in the serrated clouds.

Let the sun rise tomorrow with its orange-yellow

mouth aghast at the release of my son. Let his

cold hands and ravaged boots feel the warmth

of the melting Siberian snow. Let this applause rise

amongst these state-worshipping rafters,

their facade of gold stucco Gods. Let Stalin

in his high office listen to the whisperers

and let him feel this applause echo

through his ribcage. And let him know, and the agents

who will bug my quarters on Fountain Street know,

that the silver willow of my childhood

will rise again from the source of the earth

and soak up these waters of applause. And on

a God-given day, the wind light across the Urals

to Tashkent, it will keen no more, nor be imprisoned,

but will applaud with its own leaf gusto and send out

spores that will raise from my loved mother earth

the writers with freedom to express her lushness,

or that colourless season, without the fear of the silent,

silent men, with the burr of their stultifying buzz-saws,

hacking at your living, breathing, life-enhancing branches.

 

 

 

Anna Akhmatova

 

 

Lascia che la luna tracci un arco nelle nubi serrate.

Lascia che il sole sorga domani con la bocca giallo

ocra stupefatta al rilascio di mio figlio. Fa che le sue

mani fredde e gli stivali distrutti avvertano il calore

della neve siberiana che si scioglie. Che questo applauso

si levi tra gli zatterieri adoratori dello stato,

i loro Dei dalla facciata di stucco dorato. Fa che Stalin

nel suo quartier generale ascolti chi sussurra

e fa che avverta l’eco di quest’applauso solcargli

la cassa toracica. E fai sapere a lui, e agli agenti

che metteranno cimici nella mia casa di Fountain Street

che il salice argenteo della mia infanzia

si leverà di nuovo dalla sorgente della terra

e aspirerà queste acque d’applauso. E in un giorno

che Dio manderà, con il vento lieve che varca gli Urali

verso Tashkent, non nenierà più, né più sarà imprigionato,

bensì ardente applaudirà con la foglia emettendo

spore che faranno levare dalla mia amata madre terra

gli scrittori con la libertà di esprimere il suo rigoglio,

o quella stagione incolore, senza la paura dei silenziosi

uomini silenziosi, con il burr di quelle loro seghe circolari,

a intaccare i tuoi rami che vivono, repirano, accrescono la vita.

 

 

 

 

 

 

Tolstoy In Love

 

 

An oak’s umbilical cords snare my boot,

snake the undergrowth through decomposing leaves

and lichen. Under the weeping canopy, my greatcoat

(trailing thirty-four years of memories)

drags me back to my first birth cries at Polyana.

Ahead, at the edge of Zaseka Forest,

sunlight slides through the thinned umbrella,

plays ribbons on the bare shoulder of Sofya Andreyevna.

She wears a white dress with the simplicity and purity

of the youthful stream that washes over her feet.

Palivanov approaches, in cadet uniform,

his military buttons glistening with stalks of light.

He sweeps you into a waltz, so light and fluid

you could dance on the backs of the swaying cornfields.

And I must watch, rest my head against

the oak’s wrinkled brows, protest I am too old to dance.

In a murky pool I reflect my silhouette, my ugliness.

I am that Prince Dublitzsky of your novel.

 

Yet, an angel at my shoulder battles with my demons

pushes me forward into the sunlight. “Sonya!”

Light as wafted seed from a dandelion clock

she flies to me. I hold her hands. Her body,

aromatic, decants pomander and cinnamon.

She trembles like a wounded bird, blushes as if rouge

were applied to her cheeks. Is it too much to hope

to be made beautiful by a young woman’s love?

 

 

 

Tolstoj innamorato

 

 

Il cordone ombelicale di una quercia mi prende al laccio lo stivale,

serpeggia nel sottobosco tra foglie marcescenti

e licheni. Sotto la tettoia scricchiolante, il mio pastrano

(strascicando trentaquattro anni di ricordi)

mi trascina alle mie prime grida di neonato a Poljana.

Più avanti, sul ciglio della foresta di Zaseka,

la luce del sole s’insinua tra le chiome diradate,

giocando in nastri sulla spalla nuda di Sofja Andrejevna.

Lei indossa un abito bianco con la semplicità e la purezza

del giovane torrente che le dilava i piedi.

Palivanov si avvicina, in uniforme da cadetto,

i bottoni militari scintillano di steli di luce.

Ti spazza via in un walzer, tanto fluido e lieve

che potresti danzare sui dorsi dei campi di grano oscillante.

E io devo guardare, poggiare la testa contro il cipiglio

della quercia, protestare che sono troppo vecchio per danzare.

In una polla fangosa specchio la mia sagoma, la mia bruttezza.

Sono quel Principe Dublitzskj del tuo romanzo.

 

Eppure, un angelo sulla mia spalla lotta coi miei demoni

mi spinge in avanti nella luce del sole. “Sonja!”

Lieve come il seme trasportato dal calice di un dente di leone

vola verso di me. Le tengo le mani. Il suo corpo,

profumato, decanta cannella e pomander.

Lei trema come un uccello ferito, arrossisce come le avessero

messo del fard sulle guance. È troppo sperare d’essere

resi belli dall’amore di una giovane donna?

 

 

 

 

 

 

Sonya Tolstoy

 

 

Above the yellow candle flame I watched

the corner pages of my script retreat in brown

and black waves, until I could hold the sheets

no longer. I tossed them in the fireplace,

mesmerised in the pallor of rising smoke …

 

In the cool of the evening kitchen garden

of Yasnaya Polyana, Lev Nikolaevich

lets me pick the ripening strawberries;

red juices stain my lips and fingers.

His workman’s hand brushes against my dress.

A tortoiseshell, restless, flutters above

a pungent sea of mint and thyme.

I touch a brass button on his soldier’s great-

coat, feel the contradictory warmth

and steel of his grey eyes assault me.

 

And I am off down the slope of a haystack

into the writer’s safe hands. I am giggling

as he whirls me through the air;

in love with his deep, vibrant voice.

 

On the edge of abundant cornfields,

hair strains into the wind; my mare, Belogubka,

gallops in unison with the count’s white horse.

As we enter the twilight of Zaseka Forest

hooves snap birch twigs and I hear

my mother call, “Sonya, come in for shelter,

come in for your bedtime. “

I stake a poker through the burning heart

of charred paper; the edge’s silk petals

puff; gyrate in clouds of particles. Why,

why, did I show my beloved soldier-writer

this novice novel? In the hope his love was deepening

like the slow drip of water

collecting in the rain barrel at Polyana?

 

Love is a garden of palliative and bitter herbs.

 

 

 

Sonja Tolstoj

 

 

Al di sopra la fiamma gialla della candela guardavo

gli angoli delle pagine del mio manoscritto ritrarsi

in onde nere e marroni, finchè non potei più tenere

i fogli tra le mani. Li lanciai nel camino,

ipnotizzato dal pallore del fumo che saliva…

 

Al fresco della sera nel giardino della cucina

di Jasnaja Poljana, Lev Nikolaevich

mi fa cogliere le fragole che vanno maturando;

succhi rossi mi striano le labbra e le dita.

La sua mano di lavoratore mi struscia contro l’abito.

Una vanessa, irrequieta, frulla al di sopra

di un mare pungente di timo e di menta.

Tocco un bottone d’ottone sul suo pastrano

da soldato, avverto il calore contraddittorio

e l’acciaio dei suoi occhi grigi mi assale.

 

E sono in fondo alla discesa di un covone di fieno

tra le mani sicure dello scrittore. Sto ridacchiando

e lui mi fa vorticare nell’aria; sono

innamorata della sua profonda voce vibrante.

 

Sul margine di rigogliosi campi di grano,

capelli si tendono nel vento; la mia giumenta, Belogubka,

galoppa all’unisono col cavallo bianco del conte.

Quando entriamo nel crepuscolo della foresta di Zaseka

zoccoli schiantano rametti di betulla e sento

mia madre chiamare, “Sonja, entra a ripararti,

entra che è ora di dormire.”

Infilzo con un attizzatoio il cuore in fiamme

di carta carbonizzata; i petali di seta del margine

fumano; volteggiano in nubi di particelle. Perché,

perchè, mostrai al mio amato soldato-scrittore

questo romanzo novizio? Sperando il suo amore si stesse facendo più profondo

come il lento gocciare d’acqua

raccolto nel barile sotto la grondaia a Poljana?

 

L’amore è un giardino d’erbe amare e lenitive.

 

 

 

 

 

 

The Jealousy of Sonya Tolstoy

 

 

Coming down this morning I found the door

wide open. A rank smell of dirty water

and rush of cold air intermingled at our threshold.

That woman, as if stooped in prayer,

worked, slowly, clockwise, with her wheezing brush.

We stopped. Recognized wife and mistress.

She folded back on sturdy haunches, withdrew,

holding me within sight of her defiant eyes …

 

In a desolate shed her ghost seeps under

my skin. I am chilled by the thought of seeing

her once more; of looking, again, into

the grey eyes of my husband’s bastard son.

A page of his diary opens: ‘Never so much

in love … Peasants bend, plait sheaves

of hay. The sun concentrates on a bed

of hazel and maple. Lev tears at the blouse

like a pig snouting for truffles, unshackles

the breasts of his malleable serf…

“Sonya!”

Outside, Aunt Toinette’s feet scythe

tall grasses. I will leave this lair

at sunset. I will sit across the table from Lev.

The samovar will hiss and bubble between us.

 

 

 

La gelosia di Sonja Tolstoj

 

 

Scendendo questa mattina ho trovato la porta

spalancata. Odore stantio d’acqua sporca

e flusso d’aria fredda intrecciati sulla soglia.

Quella donna, come china in preghiera,

lavorava, lenta, in senso orario, con la spazzola frusciante.

Ci fermammo. Riconoscemmo moglie e amante.

Lei si piegò sulle anche robuste, arretrò,

mi teneva nel mirino del suo sguardo di sfida…

 

In un capanno desolato il suo fantasma mi filtra

sottopelle. Rabbrividisco al pensiero di vederla

ancora una volta; di guardare, ancora, dentro

gli occhi grigi del figlio bastardo di mio marito.

Una pagina di diario si apre: “Mai così tanto

innamorato… Contadini chini, covoni di paglia

intrecciata. Il sole si concentra su un letto di foglie

d’acero e noce. Lev le strappa la camicetta

come un maiale che rufola tartufi, libera

dalle catene i seni della sua docile serva…

“Sonja!”

Fuori, i piedi di Zia Toinette falciano

erbe alte. Lascerò questa tana

al tramonto. Siederò alla tavola di fronte a Lev.

Il samovar fischierà e gorgoglierà tra noi.

 

 

 

 

 

 

Sonya Tolstoy Grieves for a Son

 

 

Maybe the formulaic babble of the priest

summoned me here. Or, perhaps, the stain glass

window refracting light from the emaciated

face of the agonised One.

And yet, I ache

prayer, visit dank stations of confession,

imbibe thin wafer’s dissolve, unreel

the creed, without solace, consolation …

 

In flight I clutch Alyosha’s wings,

glide over Nikolskoye Cemetery

exposed to the north wind’s scalpel.

A solitary dog howls as I scratch

at the earths door, closed on Vanichka …

 

I inhale a sedative draft of wax

and incense, sweet fragrance of flowers.

Candlelight washes across my son’s face.

Warmth of his breath aches through prairies

of day and night vigils, towards cessation …

 

Rain falls from Moscow’s dank clouds,

penetrates to the roots of my tightly bound hair.

Vanichka rises, cradles me in the down

of his angel wings, to a break in the skyline over Kiev.

Shafts of light resolve in a spectrum

of colour. The touch and weight of Taneyev’s

massaging pianist’s fingers banishes

the black dog wailing at a veiled moon.

 

 

 

Sonja Tolstoj piange per il figlio

 

 

Forse fu il brusio di formule del prete

ad attirarmi là. Oppure, forse, la finestra in vetro

colorato che rifrangeva la luce dal volto emaciato

dell’Uomo agonizzante.

Eppure ho urgenza

di pregare,visito umide stazioni di confessione,

bevo sottile ostia sciolta, snocciolo

il credo, senza conforto, consolazione …

 

In volo afferro le ali di Aljosha,

scivolo sul cimitero di Nikolskoje

esposto allo scalpello del vento del nord.

Un cane solitario ulula quando raspo

la porta delle terre, chiusa su Vanichka …

 

Inalo un pizzico di cera e incenso

che mi calma, dolce fragranza floreale.

Luce di candela inonda il volto di mio figlio.

Il calore del suo fiato attraversa dolente praterie

di veglie notturne e diurne, verso la cessazione…

 

Pioggia cade dalle nubi umide di Mosca,

penetra fino alle radici dei miei capelli tirati.

Vanichka si alza, mi culla nella conca

delle sue ali d’angelo, verso una frattura dell’orizzonte su Kiev.

Raggi di luce formano uno spettro

di colore. Il tocco delicato e il peso delle dita

da pianista di Tanejev scacciano

il cane nero che mugola a una luna velata.

 

 

 

 

 

 

Sonya Tolstoy’s New Hat

 

 

I lift the lid, respectfully, as opening

a bible. Rustle of tissue paper. I unwrap

the bonnet, stroke the sateen finish and raise

it from its nest, as if cradling a warm egg.

Eased on like a crown, it snuggles around

my ears. The dazzling white feathers

strain backward, over an unyielding brim.

 

The sun washes the room with light,

spreads shadow fingers through my doorway

along the corridor to Lev’s hushed study.

My sister, Tanya, and Lyubov ghost behind.

Excitedly, I loop the blue Persian bow.

 

His eyes are cold. Wrinkles concertina

his forehead. He lays a pen down on a page

expansive with flaws.

What?…

A monstrosity. Why can’t she wear her fur cap?

Tanya and Lyubov draw in deep breaths.

 

Distant, the sun’s eye is being eclipsed,

paths ice over. I go to my trousseau

and set aside a woollen hat, a husband’s

past favourite. I challenge the fading light;

we foray out, my Parisian hat’s

carnival hour, before returning to the country;

our snow-locked home.

 

 

 

Il cappello nuovo di Sonja Tolstoj

 

 

Sollevo il cappello, con rispetto come aprendo

una bibbia. Fruscio di carta velina. Scarto

la cuffia, carezzo la finitura in rasatello e la sollevo

dal suo nido, come cullando un uovo caldo.

Sistemata come una corona, mi si rannicchia attorno

alle orecchie. Le penne d’un bianco accecante

tirate indietro, sopra un rigido orlo.

 

Il sole inonda la stanza di luce,

spiana dita d’ombra sulla soglia

lungo il corridoio verso lo studio silenzioso di Lev.

Mia sorella, Tanja, e il fantasma di Ljubov dietro.

Fremente, allaccio il fiocco azzurro persiano.

 

Ha gli occhi freddi. Una fisarmonica di rughe

sulla fronte. Appoggia una penna su una pagina

costellata di errori.

Cosa?…

Una mostruosità. Perché non può mettersi il cappello di pelliccia?

Tanja e Ljubov fanno respiri profondi.

 

In lontananza, l’occhio del sole viene eclissato,

i sentieri si ghiacciano. Raggiungo il mio corredo

a metto da parte un cappello di lana, uno dei preferiti

di mio marito in passato. Sfido la luce che muore;

usciamo per una scorreria, l’ora di carnevale

del mio cappello parigino, prima di tornare al paese;

alla nostra casa sprangata dalla neve.

 

 

 

 

 

 

 

Death of Leo Tolstoy

 

 

Into the shock of winter’s cold, gently

Sonya rolls, breaking the surface cleanly

as a dropped coin seeks a resting-place.

And when they haul you back, hair undone,

you shake off the wet dog excess, sob.

 

From beneath your pillow you unfold his letter

that pushed you to that pond, “My departure

will grieve you.” Almost the killing blow …

News from Astapova:

footprints in dazed snow, plane trees

offended by the whirr of cameras. A continent

of hungry wolves assemble, push on closer

to the stationmaster’s door. Tolstoy flickers

by the yellow candle flames, in, out

of consciousness …

 

Sonya follows, shunted into a siding.

Your presence is hidden; even a whispering

of your name is thought enough to extinguish

his flame.

You push aside the buzzing media,

breath condensing on a window pane,

as you strain to catch a glimpse of Lev Nikolaevich.

You are admitted only after the portent plucking

at his blanket; the slow slipping into unconsciousness.

Your hand settles gently on his chest and you kiss

his forehead. A wheeze, as he exhales a last breath.

 

 

 

 

Morte di Leo Tolstoj

 

 

Nello shock del freddo invernale, dolcemente

Sonja scivola, rompendo di netto la superficie

quando una moneta caduta cerca la sua ultima dimora.

E quando ti gridano dietro, coi capelli sciolti,

ti scuoti di dosso l’eccesso di cane bagnato, singhiozzi.

 

Da dietro il cuscino spieghi la lettera di lui

che ti spinse fino a quello stagno, “La mia partenza

ti addolorerà.” Quasi il colpo di grazia…

Notizie da Astapovo:

impronte nella neve stordita, platani offesi

dal ronzio delle telecamere. Un continente

di lupi affamati si raduna, si spinge contro

la porta del casellante. Tolstoj oscilla

accanto alle fiamme gialle della candela, perde

e riprende coscienza…

 

Sonja segue, abbandonata in un binario morto.

La tua presenza è nascosta; perfino sospirare

il tuo nome pare sufficiente a estinguere

la sua fiamma.

 

Spingi da parte la macchina ronzante,

fiato si condensa sul vetro di una finestra,

mentre ti allunghi per scorgere Lev Nikolaevich.

Ti fanno entrare solo dopo che il presagio ha tirato

la sua coperta; il lento scivolio nell’incoscienza.

La tua mano gli si posa dolcemente sul petto e gli baci

la fronte. Un sibilo, mentre lui esala l’ultimo respiro.

 

 

 

 

GyvansRay Givans è nato e cresciuto nel villaggio di Castlecaulfield, nella Contea di Tyrone. Ha frequentato lo Stranmillis Teacher Training College di Belfast e ricevuto un B.Ed dalla Queen’s University. Ha conseguito un Master per l’Insegnamento all’Università di Bath e insegnato inglese presso le scuole superiori nella Contea di Down. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia, tra cui Going Home (2004) e Tolstoj in Love (2009). Ha ricevuto premi per la sua poesia in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Australia, oltre al Jack Clemo Memorial Prize for Poetry. È stato redattore della rivista «Christianity and the Arts» di Chicago. Sue poesie sono state incluse in Artwords (2000) antologia di artisti dell’Ulster.

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