English Poems

Peggy O’Brien

 

Peggy O’Brien, Spiando i ranocchi, Kolibris, Bologna 2010

 

 

Floating

 

 

Two dragonflies, each floating

On a surf board willow leaf,

 

Nose to nose, those lovers

On inflated vinyl rafts,

 

Duellists at dawn, husband

And wife reunited at dusk.

 

Both can fly but don’t.

This is the deepest part

 

Of the pond, the furthest point

From land. I’d best return.

 

 

Fluttuando

 

 

Due libellule, ognuna fluttuante

sul surf di una foglia di salice,

 

Naso a naso questi amanti

su gonfie zattere in vinile,

 

Duellanti all’alba, marito

e moglie riuniti al crepuscolo.

 

Entrambi sanno volare ma non lo fanno.

Questa è la parte più profonda

 

dello stagno, il punto più distante

dalla terraferma. Preferirei tornare.

 

 

 

 

Goldenrod

 

 

Come hither swaying. Salome. Someone’s life

depending on resisting husky whispering

behind closed doors, a huge, unknown body

of water, whose breath you smell for miles through trees,

then flashing (dagger feathers? lucre?) in

and out of leaves, that word or phrase you cannot

for your life recall, that secret held

too well, too long, in the clenched fist of your tiny

existence, all your vaulted bullion in

the crack it takes an accident to happen blown

to the highest heaven, coming back, it all

comes back, as angel wings, celestial yellow

behind mundane green: an ocean of goldenrod.

 

My cup runneth over and over that moment

when I didn’t stop, get off my bike,

walk out onto saffron clouds, sink

into a deep sleep in the ardent heat only

dying August generates the question why

give up a habit that’s become as second

nature as breathing, thinking did I really

see it? Was it really there? Can anything be

so replete? Does every hedge conceal

an Elysian field? So I went on. My pedals

going round and round a problem that had been

a golden opportunity back there and then,

as fast and far away as I had come.

Anyway, why should I in a trice

rewrite every balking negative of history?

I didn’t stop in the past for the arresting

lacquer shell of a box turtle saved

by my unthinking swerve, or the lone

buck of autumn seeping back into the dusk,

or the primordial beseeching of preverbal

peepers always heard and never seen, let alone

understood. No, I didn’t step into that latest

breach, permit crazed dancers with feathers

on their heads nodding towards a truth

I know without the murder to bestow

their Midas touch on me, make me too happy.

 

 

Verga d’oro

 

 

Viene in qua gesticolando. Salome. La vita di qualcuno

dipende dal rauco sussurro insistente

dietro a porte chiuse, un enorme corpo ignoto

d’acqua, di cui odori per miglia il respiro tra gli alberi,

poi scintillìo (pugnale piumato? denaro?) dentro

e fuori dal fogliame, quella parola o frase che non sai

richiamare per salvarti la vita, quel segreto troppo bene

custodito, troppo a lungo, nel pugno serrato della tua

minuscola esistenza, tutti i tuoi lingotti battuti nello

scoppio che occorre un incidente a provocare, soffiato

verso il cielo più alto, di ritorno, tutto

torna, come ali d’angelo, giallo celestiale

dietro il verde terreno: un oceano di verga d’oro.

 

Il mio calice trabocca e trabocca su quell’istante

in cui non mi fermai, non scesi dalla bici,

camminai nelle nubi zafferano, caddi

in sonno profondo nel calore ardente che genera

solo l’agosto mentre muore la domanda perché

cede un’abitudine che si fa seconda

natura come respirare, pensando l’ho davvero

visto? C’era davvero? Può qualcosa essere

così tanto pieno? E ogni siepe cela sul serio

un campo Elisio? Allora continuai. I pedali

giravano e giravano attorno a un problema che era stato

un’occasione dorata distante nello spazio e nel tempo,

lontana e rapida come anch’io ero stata.

Comunque, perché su due piedi dovrei

riscrivere ogni impedimento della storia?

In passato non mi fermai davanti all’ostacolo

del guscio laccato di una tartaruga scatola salvata

da una mia involontaria deviazione, o per il solitario

cervo d’autunno che sgusciando tornava nella penombra,

o per la supplica primordiale di pigolatori

preverbali che sempre ho sentito e mai visto, figuriamoci

compreso. No, non saltai dentro quell’ultima

breccia, tollerando danzatori folli con le piume

in testa ammiccanti a una verità

che so pur senza l’assassinio a tributarmi

il loro tocco midatico, a rendermi troppo felice.

 

 

 

 

An Easter Egg

 

 

Before it happened, I imagined it

As an electric light switched on

In a dim cellar. The illuminating thing

Was seeing I’d been seeing all along,

 

Absorbed her comfort through my pores,

Gobbled glee off the plates of her eyes,

Suffered hunger pangs before she cried,

Fed her milk from one breast, honey

 

From the other. Then, the dove

Descended, brushed her blind lips and

She saw, tickled by that wing,

Appeared to view her mother as

 

Another. The angel, however, left her

A very special gift to be undone

A little at a time: a complete set

Of the bright building blocks of language.

 

And the first bit she unwrapped,

Raw gustatory bliss, was “mama”.

Out of a mist of gibberish I fancied

I saw myself come into focus.

 

But she had been articulate as sunlight

Is of grass from the first dawn,

The logos of each gleaming blade.

Bee deep in a rose she’d squirm nectar.

By then she had the stones to build

With ever mounting skill the walls

That keep our weaned freedom safe

From the meddling breast of the world.

 

Still later, when our unrelated words

Bounced off consanguineous walls,

We’d flee the house and take to the road,

The laid down, written text of tarmac.

 

But one day, as a mother can go

Abruptly dry, our car sputtered

To a stop in the desert. My mouth is still

Parched and choked, packed with sand.

 

If to say a word were to lay an egg,

I’d try to speak that vessel—hard,

Autonomous, and fragile—food to start

Again, a foetal speck on the sun.

 

 

Un uovo di Pasqua

 

 

Ancor prima che avvenisse, la immaginai

come una luce elettrica accesa

in una buia cantina. La cosa illuminante

fu vedere che avevo sempre visto,

 

il suo conforto assorbito dai miei pori,

la gioia goglottata dai piatti dei suoi occhi,

i crampi della fame sofferti prima che gridasse,

il latte succhiato da uno dei seni, miele

 

dall’altro. Poi, la colomba

discese, le sfiorò le labbra cieche e

lei vide, titillata da quell’ala,

parve vedere la madre come

 

un’altra. L’angelo, però, le lasciò

un dono molto speciale da scartare

un po’ alla volta: una serie completa

dei luminosi mattoni del linguaggio.

 

E il primo pezzo che scartò,

pura gioia gustativa, fu “mamma”.

Immaginai di vedermi messa a fuoco

da una nebbia di balbettii confusi.

 

Ma l’aveva articolata come l’erba

il sole fin dall’alba primordiale,

il logos di ogni lama scintillante.

Ape nel ventre di una rosa spremeva nettare.

Da allora ebbe le pietre per costruire

con abilità sempre crescente le pareti

a proteggere la nostra libertà svezzata

dal seno invadente del mondo.

 

In seguito ancora, quando le nostre parole irrelate

rimbalzavano sulle pareti consanguinee,

avremmo rifuggito la casa e preso la strada

il testo steso e scritto d’asfalto.

 

Ma un giorno, come una madre può bruscamente

prosciugarsi, la nostra auto cominciò a scoppiettare

per arrestarsi nel deserto. Ho ancora la bocca

secca e inzeppata di sabbia.

 

Se dire una parola fosse deporre un uovo,

cercherei di dire quel recipiente – duro,

autonomo, e fragile – cibo per cominciare

da capo, la macchiolina di un feto sul sole.

 

 

 

 

Feathers, Rocks and Bones

 

 

I have a shelf where I display

The booty of my necessary walks

Through owl deranged forests, blank

Beaches littered with the ocean’s

Souvenirs of storms, rainbow feathers

Plundered from the sky, rocks washed

By the mantra of the tides to a Zen high sheen,

Bones bleached by being too seen.

 

And they have stitched me up before—

Needle and thread, talk and drugs—

But I have come apart again

Seeing you leave me as you came

Into this world in a headlong rush,

A fireball ripping through my body.

 

Today, dusting the abrupt emptiness,

The sight of a robin’s-egg-blue shell

Ripped up the middle into halves,

The snip of foetal feather still

Albumen glued, attached, where the chick

Left, undid me. You must hold on.

 

 

Piume, ossa e rocce

 

 

Ho uno scaffale dove espongo

il bottino delle mie camminate necessarie

nelle foreste sconvolte dal gufo, vuote

spiagge disseminate dei souvenir oceanici

delle tempeste, piume d’arcobaleno

rapinate al cielo, rocce dilavate

dal mantra delle maree a un’alta lucentezza zen,

ossa sbiancate dall’esser state troppo viste.

 

E mi avevano ingannata già prima–

ago e filo, conversazioni e droghe–

ma di nuovo sono andata in pezzi

vedendoti partire come sei venuto

sfrecciando in questo mondo a capofitto,

palla di fuoco a squarciarmi il corpo.

 

Oggi, riscoprendo l’inaspettato vuoto,

vedere il guscio azzurro di un uovo di pettirosso

spaccato nel mezzo in due metà,

lo scampolo di piume fetali ancora

invischiato nell’albume, attaccato, dove il pulcino

se n’è andato, mi ha annientata. Devi resistere.

 

 

 

 

Malamute

 

 

Weather sent to temper us.

Tonight the door to the North

is ajar and the polar blowtorch

blasting through a crack.

 

It’s now we know zero

is more than a barren concept,

not nothing when there can be

less than this perfect nothingness,

 

minus our hand-to-mouth,

hacking cough of an existence,

strung between one thermometer

and another, mercury and blood.

 

And in between this small

benefit: the malamute out back,

who always seems nostalgic

for the Arctic, is right at home,

 

lifting his splintered howls

to the human looking moon,

emitting ice-pick yaps,

chipping away at what’s inside him.

 

 

Malamute

 

 

Maltempo mandato a temprarci.

Stanotte la porta che dà a Nord

è socchiusa e la fiamma ossidrica

spara a raffica da una fessura.

 

Ora sì sappiamo che zero

è più di un mero concetto,

non nulla quando può esserci

meno di questo nulla perfetto,

 

meno la nostra mano alla bocca,

a tagliare la tosse di un’esistenza,

stretta tra un termometro

e l’altro, sangue e mercurio.

 

E nel mentre questo piccolo

conforto: il malamute là fuori sul retro

che sembra avere sempre nostalgia

dell’Artico, è proprio a casa,

 

mentre leva i suoi franti ululati

al viso umano della luna,

emettendo guaiti rompighiaccio,

per disperdere in frantumi quel che ha dentro.

 

 

 

 

Schoolhouse Clock

 

 

I bought it when our friend fell gravely ill,

Tick-tock. Not just the time to know the hour

But hear each grain of sand remaining drop.

 

I brought it home, a baby from the hospital,

Tick-tock, wrapped in a blanket, its big head

And short torso housing its pendulum heart.

 

We hung it in the kitchen, my oak clock,

Tick-tock. I needed its open face, the march

Of its Roman numerals for this latest test.

 

It was every three-minute egg decisively swiped,

Tick-tock, the Times, bread toasted to a glow,

Hot tea, the precise way to start each day.

 

And after dark, the sweet, reliable man,

Tick-tock, who came to my door at dusk and stayed.

Now we both sit under that stern instructor.

 

I set it, wind it, give its brass a little nudge,

Tick-tock, and like a year-old ready to walk

The thing takes off and I no longer exist.

 

Worse, given any tension, it thunders its

Tick-tock, winds the unsaid up to such a pitch

The kitchen is a time-bomb set to go off,

 

Which is not to say there aren’t still summer meadows,

Tick-tock, of eternal bliss. The long grass hours

Wave and I drift off into a buzzing trance,

 

Forgetting every chore, like winding that clock,

Tick-tock. It stops and I can’t understand time

Daring to pass when there’s a corpse in the house.

 

 

 

 

 

L’orologio della scuola

 

 

Lo comprai quando si ammalò gravemente il nostro amico,

tick-tock. Non solo il tempo di sapere l’ora

ma di sentire ogni goccia di sabbia che restava.

 

Lo portai a casa, un bimbo dall’ospedale,

tick-tock, avvolto in una coperta, la testona

e il torso tozzo che alloggiava il cuore pendolo.

 

Lo attaccammo in cucina, il mio orologio di quercia,

tick-tock. Avevo bisogno del suo viso aperto, della marcia

dei suoi numeri romani per l’ultimo test.

 

Era ogni uovo di tre minuti battuto con decisione,

tick-tock, il “Times”, pane tostato fino ad avvampare,

tè bollente, il modo giusto d’iniziare ogni giornata.

 

E al calar del buio, l’uomo dolce, affidabile,

tick-tock, che al crepuscolo veniva alla mia porta per restare.

ora sediamo entrambi sotto quel severo istruttore.

 

Lo regolai, caricai, ne picchiettai l’ottone,

tick-tock, e come un bimbo di un anno pronto a fare i primi

passi, la cosa decolla e non esiste più.

 

Peggio, per una qualche tensione, tuona il suo

tick-tock, carica il nondetto a tal puntola cucina è una

bomba a mano programmata,

 

ma questo non vuol dire

che non ci siano ancora prati estivi,

Tick-tock, di eterna beatitudine. L’erba lunga delle ore

ondeggia e slitta fuori in una trance ronzante,

 

dimenticando ogni corvé, tipo caricare l’orologio,

tick-tock. Si ferma e non riesco a capire come il tempo

osi passare quando in casa c’è un cadavere.

 

 

 

 

Garden Tour

 

 

Never to know the certain

refuge of a screened gazebo.

Never to cross an arch-

backed bridge into Kyoto.

That gate, cast iron bars,

bare branches of a winter

tree, was always locked,

that shade too thick to penetrate.

 

Maybe it was my scare

(the too bright lights

of an operating theatre)

but suddenly I was in it,

on the garden tour, with all

the other women my age,

and the slim, well-tended owner

in the wide-brimmed, canvas hat,

ever-ready, sharp secaturs

dangling, a pistol on her hip.

Leaving us free to wander.

There, if we needed her.

 

At first I couldn’t see

beyond the sameness, greenness,

ice and snow, which, of course,

are quite distinct whites.

Then looking became more

like listening to another’s talk.

 

I saw bleeding hearts,

their swaying fronds, a city

street, each flower heart-

 

breakingly sweet, all the same,

and a Japanese maple rusting

just by virtue of its species,

and skyscraper ferns leaning

gracefully into their fate.

and the speckled leaves of lungwort

breathing out as dappled moss.

 

Foliage began unfolding

one leaf at a time,

enfolding me into that cool,

umbrageous underworld,

a shade among shades.

 

“How do you cope?” I had to

ask. “I don’t. I relish it.

My husband, before his sickness,

was a massive man.

Bare-handed he would shift

rocks, sink posts,

tote compost sacks.

No burden was too great.

My partner does his best,

but his heart isn’t in it.”

 

Still, I had to press her,

since shade is all, the little

that I have, to reveal

her most shrouded secret.

 

“To be honest, some people say

they play the hand they’re dealt.

I disagree. I never plant

anything that won’t give me

three seasons of pleasure.”

 

It was then I saw

her hand brooding over the face

of her creation, the raw

flesh of a shag bark maple

next to holly blood

on snow, the tarnished copper

of a blue spruce spire.

 

“I have to take it back.

I always plan for winter.

We have so much of it here.”

 

 

Tour del giardino

 

 

Mai conoscere il sicuro

rifugio di un gazebo riparato.

Mai scalare la schiena

arcuata del ponte verso Kyoto.

Quel cancello, sbarre di ferro battuto,

nudi rami di un albero

invernale, era sempre chiuso,

quell’ombra troppo fitta da penetrare.

 

Forse era la mia stessa paura

(le luci troppo intense

di un teatro in attività)

ma tutt’a un tratto c’ero dentro,

nel tour del giardino, con tutte

le altre donne mie coetanee,

e la snella, distinta proprietaria

con il cappello di tela a tesa larga,

sempre pronta, cesoie affilate

pendenti, una pistola al fianco.

Lasciandoci libere di vagare.

C’era se avevamo bisogno di lei.

 

D’apprima non vedevo

oltre l’uniformità, il verde,

ghiaccio e neve, che, ovviamente,

sono bianchi ben distinti.

Poi il guardare divenne più

simile all’ascoltare il discorso altrui.

 

Vidi cuori sanguinanti,

le loro fronde oscillanti, una strada

di città, ogni fiore dolcemente

 

struggente allo stesso modo, e un acero

giapponese che diveniva color ruggine

solo in virtù della sua specie,

e grattacieli di felci chine

con grazia sul proprio destino.

E le foglie chiazzate della polmonaria

espiravano come muschio screziato.

 

Il fogliame cominciò a spiegarsi

una foglia dopo l’altra,

avvolgendomi in quel fresco,

oltretomba ombreggiato,

ombra tra le ombre.

 

“Come fate voi?” Mi sentii

di chiedere. “Io non riesco. Mi piace.

Mio marito, prima della malattia,

era un uomo massiccio.

A mani nude spostava

le rocce, piantava pali,

trasportava sacchi di concime.

Non c’era fardello troppo grande.

Il mio compagno fa del suo meglio,

ma non ci mette il cuore.”

 

Ancora, dovetti farle pressione,

poiché l’ombra è tutto, il poco

che ho, per rivelare

il segreto di lei più nascosto.

 

“A essere onesti, alcuni dicono

che si semina quel che si raccoglie.

Non sono d’accordo. Non ho mai pianificato

nulla che non potesse darmi

tre stagioni di piacere.”

 

Fu allora che vidi

la sua mano covare sul viso

della sua creazione, la carne

cruda di un acero giapponese

 

vicino all’agrifoglio sangue

sulla neve, il rame ossidato

di uno stelo di abete azzurro.

 

“Devo riprenderlo.

Ho sempre piani per l’inverno.

Ne abbiamo così tanto qui.”

 

 

Traduzioni di Chiara De Luca

 

 

OBRIENPeggy O’Brien: Peggy O’ Brien è membro del Dipartimento di Anglistica dell’Università del Massachusetts, Amherst. In precedenza, ha vissuto in Irlanda per una ventina d’anni e insegnato al Trinity College di Dublino. La sua prima raccolta poetica, Sudden Thaw, è stata pubblicata sia in Irlanda che in America nel 2004. Ha curato il Wake Forest Book of Irish Women’s Poetry (2002) ed è autrice di Writing Lough Derg (2006). La figlia e le tre nipoti vivono a Dublino.

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