Dicono dell'”Alfabeto dell’invisibile”

11652188_1149270158421690_1671557421_n

 

 

E alle soglie dell’invisibile, del silenzio, spesso conducono i versi di Chiara: “eppure ancora serbano il ricordo / forte di me le strade di un tempo, / rendendomi intera al silenzio”.
Nebbia, notte, pioggia…, la pioggia poi è quella più persistente in questo libro, pioggia di oggi e di ieri. E anche qui non è qualcosa di negativo. Chiara vorrebbe che non smettesse mai di piovere, e lei in casa, al caldo, a aspettare. Aspettare cosa? Mah… niente…: “un amico che ti chiami per niente / uno sconosciuto che non legga / in te soltanto quello che gli serve / un pianto che non enunci le assenze / un silenzio che non pronunci sentenze”.
Ecco: che non siano dette, rivelate, le assenze, ma siano come ombre nella foschia, immerse dentro il nostro mondo insieme alle presenze. E i silenzi, non siano sentenziosi, definitivi, ma accoglienti, anche loro, comprendenti una vita più ampia, più vasta. E così anche la notte, anche lei accoglie la speranza (“Hai gli occhi di chi ancora nomina il giorno / i miei dicono notte perché non tradisce / la speranza che se la pronunci svanisce”) e conserva gli invisibili (“lasceremo gli spettri al loro buio”). C’è speranza, o è forse meglio dire “visione”, e assomiglia alla “chimera” intravista, dalla bambina che la spiava non vista, negli occhi della madre, seduta da sola in cucina. Ed ecco l’ultima sezione, visionaria, del mare. Il mare a Ferrara! Ora la pioggia è cessata, tutto è mare. La pioggia che nell’ultima poesia della sezione precedente s’era trasformata, capovolgendosi, in sorgente (“e pioggia sgorga alla sorgente dell’istante / e batte l’infinito della tua presenza /e tutto ha forma e tutto è /nuovamente”).
Ma non c’è, forse, alcun capovolgimento. Quella sfera di nebbia, quella melassa di voci e silenzi, luci e ombre che era la città, ora è diventata mare. è diventata quel mondo più vasto e ampio, che tutto comprende, già anticipato più volte nel libro, e qui apparso (quasi che nella notte si fossero rotti degli argini, quasi che con la pioggia si fosse allagato tutto) in tutta la sua immensità invadente e non nascondibile, ineluttabile. Un mondo senza patrie e dove tutto è patria, tutto è appartenenza, e presenza, un mondo da dove non si può fuggire (e già Ferrara, ricordiamo, era la città “dove fallisce infine ogni fuga”).

 Dalla prefazione di Claudio Damiani

 

 

La sua vita trascorre tra un verso e l’altro, tra una traduzione e l’altra. Della poesia si è fatta portavoce, della poesia ha fatto la sua voce. Lei è Chiara De Luca, poliglotta traduttrice di grandi autori contemporanei e non, editrice di successo, critico letterario e poetessa.

Un nome che nel campo artistico è divenuto sinonimo di integrità intellettuale e di impegno veritiero. E, così presenta la sua ultima fatica Alfabeto dell’invisibile”(Samuele editore, pp. 150, euro 12). Con prefazione di Claudio Damiani, l’autrice interloquisce con Ferrara , città dove ritorna dopo un lasso di tempo notevole, per rispecchiarsi, ritrovarsi e perdersi tra i monumenti, i luoghi, i vicoli e le chiese. Le case la riconducono a persone, i ricordi alle inquietudini mai sopite che si stemperano nei forti e vellutati componimenti, raccolti nelle quattro sezioni: Ritorno, Stazioni, Volti e Mare.

Rita Caramma su “La Sicilia”

 

 

Come avverte Claudio Damiani nell’introduzione, Alfabeto dell’invisibile è il libro di un ritorno. Per Chiara De Luca, ritorno alla città “matria”, resoconto che ristabilisce un margine, un confine di ri-orientamento dopo il “pellegrinaggio” di formazione. Tornare a un luogo è il modo di riattivare il sé nella memoria, cioè in uno spazio che si riempie di storia personale, in una nuova fisionomia identitaria, fatta d’incontri con l’alterità, con i volti (e Volti è titolo di una sezione del libro, la più intensa perché chiaramente ispirata da esperienze dirette, d’impatto corporeo) […]

 Gianluca D’Andrea su “Carteggi Letterari”

 

 

È ricolmo di suggestive “fotografie” questo Alfabeto dell’invisibile che potremmo definire una radiografia della propria anima fissata sulla lastra della città-madre (alla quale Chiara De Luca è ritornata dopo due decenni vissuti in altri luoghi: “Dopo vent’anni in silenzio ti ritorno”, cosi si apre la prima sezione, appunto “Ritorno”) con i suoi angoli-ricordo, i suoi sapori-nostalgia, le sue voci-emozioni. È un viaggio che appoggia la vista sui particolari e li rende palpitanti, una digressione che segna una tappa importante del proprio andare (il ritorno non è mai regressivo, ma un procedere a partire dal cammino fatto). È un “fare il punto” con la empatica e discreta complicità del lettore, con la fiducia che solo il poeta sa dare alle parole, alla loro bellezza cruda e splendida […]

 Alessandro Ramberti su “Farapoesia”

 

 

Claudio Damiani nell’introduzione sottolinea il legame con la città natale dell’autrice, Ferrara. Ma  ci sono anche le altre città in cui ha vissuto (Pisa, Bologna), gli incontri, le persone, (una sezione si intitola Volti). Un grande esercizio di memoria, un inventario delle cose passate: i diari / i vecchi peluche, i biglietti dei treni, / le lettere, il vinile, i progetti di domani, che, trattenute nelle parole, non vanno più perdute, e sono condivise dai lettori, chiamati a riconoscere le somiglianze con la propria esperienza […]

Marina Sangiorgi su “clanDestino”

 

 

Testi in cui vi è, certo – ma remota, privata di qualsiasi compiacimento decadente, di qualsiasi svenevolezza ed estenuazione estetizzante –, l’eco della città del silenzio dannunziana (o di quella «Ferrara la morta» di cui Corrado Govoni, ad emulazione della Bruges di Rodenbach, cercò, a inizio Novecento, di plasmare l’immagine e il mito); ma nei quali prevale un ritrovato respiro, una rinnovata ariosità, discorsività e umanità del canto, oltre, e non al di qua, di ogni tentazione di formalismo o d’intellettualismo chiusi in se stessi. Il che non indebolisce, ma semmai rafforza, la portata simbolica, la correlatività esistenziale dei luoghi, degli ambienti, dei nomi, e dei ricordi che essi, quasi proustianamente, richiamano e ridestano. […]

Matteo Veronesi su “La Nuova Provincia” e “RaiNews”

 

 

Come seconda nascita e nuovo battesimo si affacciano i profondi versi di Chiara De Luca, battesimo per aspersione d’acqua, la stessa di quel mare che forse li ha succhiati via e svaporata da quel vento beffardo.
Come fosse un rito che ci riconduce all’origine, a quella cifra del nostro esistere dove oggi la finitezza prende il nome di mancanza, mentre apre un orizzonte d’attesa che promette il tutto e il nulla, fino là in fondo, all’esatto filo che annienta il mare e che nascostamente solleva la promessa di nuova onda. Sta forse in questo consapevole sentire, che poggia il passo oltre il dolore, il sentore della gioia disegnato oggi dai versi e dalle immagini di Chiara De Luca […]

Umberto Fornasari su “Iris”

 

 

Un libro che inevitabilmente attinge alle caratteristiche biografiche dell’autrice. Dalla sua attività di traduttrice emerge questo continuo tono che non fa del mondo una poesia ma traduce il mondo con tutta quella complessità del lavoro che appunto il traduttore si trova ad affrontare. Sempre in bilico tra l’autore che si sta lavorando e l’inevitabile presenza, da modulare, della propria persona. Perché se il deve in qualche modo scomparire nella massima misura nel lavoro di traduzione, è anche vero che questo non è assolutamente possibile e allora il traduttore si trova a chiedersi chi è lui in quell’opera, quanto di lui resta e soprattutto perché resta. E in questo Chiara De Luca pare affrontare il mondo appunto chiedendosi quanto di resta nel mondo. Un mondo che viene osservato nella sua caratteristica più fisica: il paesaggio. Un paesaggio visto come in una strada fatta di corsa che è poi la grandissima passione dell’autrice (la corsa) ed è il suo modo di misurare gli elementi che incontra non solo nel paesaggio ma nella vita intera: Torno per l’abbraccio di chilometri di Mura / con le mani aperte che non ne sanno altre […]

Alessandro Canzian sul sito di Samuele Editore

 

 

Su poesía sorprende por la fuerza expresiva que alcanza en los versos. Sin duda, una autora que debemos considerar cuando se trata de elegir poesía “de alto vuelo”

La sua poesia sorprende per la forza espressiva che consegue nei versi. Chiara De Luca è senz’altro un’autrice che dobbiamo tenere in considerazione quando si tratta di scegliere una “poesia di alto volo”.

Cristián Basso Benelli (Chile)

 

 

Dentro quest’alfabeto “infantile” del ritorno, disposto dal vocativo verso una madre città o madre scomparsa e irraggiungibile, ritornano alla mente i versi della poesia “Romagna” di Giovanni Pascoli che si addicono alla chiave di lettura della raccolta: “(…) oh !, fossi io teco, e perderci nel verde, / e di tra gli olmi, nidi alle ghiandaie, / gettarci l’urlo che lungi si perde / dentro il meridiano ozio dell’aie / ” . Una corsa/ ricerca tra le mura costrittive delle città invisibili disposte nell’anima della poeta e di ogni lettore, nelle mura delle sofferenze e delle perdite, dell’aridità del deserto nel cuore degli uomini. Una scia luminosa nella nebbia del passato è l’infanzia, bene assoluto per ognuno di noi, che guida il volo della parola, la ripresa del fiato. La ritroviamo in molte delle poesie di questa raccolta. Esemplare questa dedicata al fratello, a pag.30 che reca il titolo: “Via Camaleonte” dove i sentimenti forti appaiono purificati dal tempo (la nonna, la città di Roma, i giochi, le paure) : “(…) Ora che ho cercato altrove per vent’anni / ritorno alla partenza per non ritrovarti, / (…) per sapere se stasera tra le lebbra della nebbia / è la breccia di un mondo o solo il margine di un giorno.” / .

Vincenzo D’Alessio su Farapoesia

 

 

Le parole sono solo e il SOLO modo di approfondire il rapporto tra se stessa e il mondo, tra la sua presenza umana e un luogo. Le parole non sono quindi il dizionario di ciò che chiamiamo “Chiara” o “Ferrara” ma i confini di un altrove che si perde nel buio della grotta e dove grazie ad un almanacco di segni e di pittogrammi ( parco Bassani, via della ghiara, il ghetto ebraico, via gusmaria, parco massari, via camaleonte,…) è stato possibile ESISTERE e “…sguinzagliare di colpo la notte in un recinto di parole […] Su queste pareti ritroviamo tracciate le “campane” su cui Chiara saltellava da bambina, le matatene di Via Gusmaria [pg.38]; su queste pareti decifriamo tutte le speranze e le paure, i misteri a cui Chiara era esposta quando viveva nell’epoca dell’ARRIVO. E’ in questa grotta in questo luogo che persiste l’ostinata origine della sua Poesia. Tutti gli altri luoghi vengono visitati per essere cancellati. Solo uno resta sconosciuto: quello dove fallisce ogni tentativo di fuga e dove trionfano insieme la nostra prigionia e la nostra libertà. Così viaggiare e visitare per 20 anni lingue e luoghi ha “soltanto” permesso di scoprire che ciò che è scomparso, in realtà, si nascondeva qui nel luogo che non è mai stato veramente visitato ma solo sgranato come un rosario; nel luogo dove è stato messo tutto a soqquadro ma non è stato mai riordinato. Il luogo dove Chiara è stata inchiodata alla vita e dove, come fa un delfino, ha subito nuotato.

Giuseppe Ferrara su Il post delle fragole

 

 

“Alfabeto dell’invisibile” di Chiara De Luca, edito Samuele Editore, rappresenta la nuova svolta che la poesia dell’autrice ha preso. Rispetto a “La corolla del ricordo” e ad “Animali prima del diluvio”, entrambi editi Kolibris, la voce di Chiara si fa più narrativa, introducendoci in un mondo che non è più altamente lirico e rarefatto, trasfigurato dal linguaggio poetico, ma un mondo concreto, fatto di cose e di ricordi.

Federica Volpe su Semplicemente Poesia

 

 

Advertisements