Dicono di me

Su La corolla del ricordo

 

 

 

 I particularly responded to the second section of your Corolla: if it  “pleur-ed dans le coeur” for Verlaine,

it could be said so here neige-d and gêle-d for De Luca… Kolibris has got off to a great start.

Seamus Heaney

 

 

Kolibris’ books are lovely, simple and elegant,

really a pleasure to hold and look at without corporate intrusive fuss.

Your poems as cast in English have a clarity of image and an abiding

delicate tone, their ground of a distinct personal being in the

being-observed place. And such beautiful passages that come up, and overall

a sense of rightness of pace.

Tom Leonard

 

 

lavoce_26_10_20091

 

 

 

 

Alessandro Ramberti su FaraPoesia

“Tienimi perché di nuovo sono / anima posata sulle scale a sanguinare” (p. 32)
“Guarda come impercettibile / precipita l’intonaco del cielo” (p. 52)
“Non pensare che il tempo trascorra / nella pozza del cuore spaccato ristagna” (p. 56)
“una vita corsa nel chiamare senza fiato / l’amnistia nel cielo di un abbraccio” (p. 74)
Tragicamente splendidi questi distici, così tanti passaggi di questo “fiore” poetico davvero memorabile. La voce cullante di Chiara De Luca appena lenisce al lettore il subbuglio che una teoria di immagini incalzanti, vibranti di una energia tellurica sommessa che sa di poter deflagrare e adotta strategicamente la figura retorica della diminutio: un accenno, un sorriso, una parola “oggettiva” e magari minimale ci catapultano nel purificato magma in cui il pensiero e il pensato si toccano con una energia, appunto, da lava incandescente (“perché alla sorgente l’acqua non ricorda / come in uno schianto termini la corsa” p. 76). Purificato, il magma, da un lavoro poetico che crea sculture vocali eleganti con la forza inquieta (“… tutto è nell’impossibile / parola che non significa…” p. 28) di un Michelangelo. Molto raffinato anche l’uso di parole che possono avere funzioni grammaticali diverse. Ad esempio: “Già si stempera il ricordo dell’estate / nidifica nell’anima sporca la neve” (p. 26) dove “sporca” può essere intesa come attributo di “anima” (e così la interpreta nella sua bellissima versione Eileen Sullivan), ma anche come verbo che regge “la neve”, immagine pure molto bella. Tulla la raccolta ha una valenza sommersa che il lettore è spinto a scoprire sotto il velo di un pelle curata e priva di asprezze. Eppure quanto belli e destabilizzanti sono passaggi emblematici come i seguenti?
“Cambio agenda ogni volta che muoio” (p. 40)
“non scordare / la triste geometria che piega il fuoco / degli sguardi che ci stiamo sottraendo / il mio saper fare tutto di parole / per tacere” (p. 68)
Un libro che denuda forse più di altri la poetica di Chiara De Luca e ne esalta forse gli aspetti più dickinsoniani. Certo è una poesia che resta ben impressa e scava con la forza dell’acqua le crepe di cui siamo fatti: “una poesia dal cuore dei nostri tempi” affema nella bandella John F. Deane.

 

 

 

 

 

Quando avvengono le stagioni del cuore, bisogna camminare nei versi, riuscire ad andare verso un altro tempo dischiuso e sempre accanto.
Moto e tramite. Il sentimento.

 The Corolla of memory di Chiara De Luca manca tutti gli appuntamenti.
E’ “not at home”, come nell’esergo iniziale di Emily Dickinson,
in bianca veste profumata d’assenza, ma da questa assenza, il mondo vede il senso del suo trascorrere: diversamente, tutti noi, ne subiamo lo scempio.

Allora ricordare per raccordare dove “annaspiamo per avere presente il respiro”
serve per amare i segni del vuoto e restituirne bellezza.

 “Solo le pareti fuori sanno stare/bianche incontro al vento”.

 Questa la pagina/spazio dove appariranno i segni che la poetessa assume da subito ad imprimatur nel corpo, per portarlo con sé nel suo “corpo” sensoriale attraverso la nascita possibile di uno sguardo invisibile fra incontri, treni, autobus, città, per quelle sottili intersezioni che la fanno aggirare nelle no man’s land fra salvezza e rigenerazione.

 In queste poesie si sente la fine e l’inizio.
Esse abitano postume dietro le rappresentazioni interiori.
Sfiorano le immagini crescendo nella gola del canto trattenuto per afformarne apparenza.

 “Nuove forme strane per tenere/assente compagnia nel male” assuonano,
in correspondances , per pronunciare l’indicibile che ci sottotraccia
e sottende davanti agli eventi.

 Quando l’attenzione si sposta subentrano sinestesie audiovisive.
La memoria chiama a trasparenza con quelle accensioni caute che hanno gli stessi occhi della poetessa.

The corolla of memory ci lascia nell’umidore e in un desiderio di levità subliminale dopo che le acque hanno trasformato la stagione del tempo,
dove si può finalmente cedere e non tornare più.

Il viaggio nel terrestre infinita nell’origine che redime:
“Nell’irripetibile stagione di un momento”.

Alberto Mori

 

 

 

Direzione e destino : un viaggio attraverso
La corolla del ricordo di Chiara De Luca

Non dirò come tutti dicono che Chiara De Luca corre 15 km al giorno perché non è importante quanta strada si faccia in un’ora, al giorno, in un solo attimo ma dove si vada più o meno liberamente, viceversa, più o meno condizionati dalle stravaganze, circostanze: dalle “visite” guidate dei labirinti. Dalla vita.
Altrettanto non dirò, come tutti dicono, che Chiara De Luca scrive, traduce, fotografa e interpreta perché “non è importante” quello tutti potrebbero e dovrebbero fare: chi non ha mai scritto almeno un tweet o non ha dovuto tradurre magari solo dal dialetto di una nonna o dal suono incomprensibile di un bambino, dallo sguardo di un amante o dal verso di un cane e chi non ha mai fotografato, appunto, quella nonna, quel bambino, l’amante, quel cane. No, a noi non interessa che Chiara De Luca faccia quello che fanno tutti ma perché lo faccia.
Quando si discorre dell’arte e in particolare di poesia, anche se Chiara De Luca mai si definirebbe poetessa né tantomeno artista, ma quando si discute di poesia, dicevo, c’è sempre qualcuno che si trova presente e non presta veramente ascolto. “Più esattamente, qualcuno che ode e tende l’orecchio e guarda e poi non sa di cosa si è parlato; che comunque sente il parlante, lo “vede parlare”, ne percepisce linguaggio, figura e, allo stesso tempo anche: respiro, cioè direzione e destino” (P.Celan).
Solitamente in questo discorso si è sempre in due: chi scrive e chi legge; ma anche chi scrive ascolta e chi legge/ascolta, scrive. Per questo, se il respiro è accordato, poeta e lettore possono aspirare a una direzione e un destino comuni e somigliarsi. Meglio: riconoscersi.
Direzione e destino. Dove e perché.
Chiara va controvento nel senso che forza il vento a portarla con se : lo istiga, lo stuzzica, lo stana: per questo corre. È lei a “provocare” il vento. È lei che ne da la direzione (con un verso ostinato e contrario alla sua corsa).
Stanca di… essere forte anche solo di una forza appena necessaria a spezzare il pane quotidiano: come si fa con quelle mani che ansiose frugano in cerca? Meglio allora lasciarsi spezzare e farsi trasportare come briciole al vento e lasciare delle tracce come faceva Arianna nel labirinto o Pollicino, abbandonato e sperduto nel bosco. Meglio essere cibo per uccellini, animaletti e anche per gli orchi piuttosto che restare comodamente a casa, in una dispensa o sulla tavola in attesa che qualcuno ti spezzi e ti mangi. Briciole non pane dunque. Dunque, Chiara sa dove andare.
Perché lo fa? Forse per accelerare lo schianto dell’acqua che dalla sorgente si tuffa in mare? Per rimandare l’ora dell’uscita in giro nel quartiere? O forse per attendere che ogni notte sia spenta l’ultima finestra prima di addormentarsi?
No, lo fa perché lei conosce, per così dire, il limite: a lei tocca mordere l’amore come un cane in questo inferno di parole. E chi conosce il limite non teme il destino perché sa che questa è la “Grande Bellezza”, il paradiso fatto dai silenzi dietro le parole, dalla luce davanti alle fotografie: la Grande Fatica di correre sempre e non solo 15 km al giorno, il Grande Desiderio di somigliarsi e di riconoscersi l’un l’altro e far scoprire che il proprio perché è IL solo Perché. Direzione e destino.

Giuseppe Ferrara

 

The Corolla of Memory presents Chiara De Luca’s poetry to an English-speaking readership for the first time, in Eileen Sullivan’s elegant translations. Chiara De Luca’s themes are proclaimed in the poem “I Believe”:

I Believe

in the sanctity of every encounter,

in the ephemeral season of an instant,

in the eter nal present which redeems time

There is in her poetry a delight in the diversity of experience, whether it is “the heavy-lidded eyes life has on the bus”, or the transforming beauty of a snow storm:

Look how faintly

the plaster of the sky falls,

frosted glass where it slides,

the invisible breath I steal,

to hold snow in my hand.

As these lines illustrate, Chiara De Luca is a poet who excels in the play of metaphors that leap over each other, making the familiar unfamiliar, and in the process making it new.

There is a constant flow of image and sensation which has its own inner dynamic and logic, attuned to the mundane, but also to the suffering inherent in life which the poet inherits as part of our common humanity and which she ignores at her peril. As she says in the brief opening poem:

I come upon the faint, beckoning scent of the abyss,

there to open my veins yet again that I might

dip my pen in this well of pain and bleed verses

into the silence.

Eileen Sullivan’s translations are frequently longer than the originals, something which perhaps reflects the contrasting possibilities of the two languages, as well as suggesting to me that they are recreations, remouldings, of the Italian into organic forms that can stand in their own right as poetry in English. This they do with a remarkable clarity and assurance.

John Barnie

 

 

 

 

La corolla del ricordo presenta per la prima volta, nell’elegante traduzione di Eileen Sullivan, la poesia di Chiara De Luca al pubblico dei lettori di lingua inglese. Le tematiche affrontate dalla poesia di Chiara De Luca sono proclamate nella poesia “Credo”:

Credo

nel sacro d’ogni incontro

nell’irripetibile stagione di un momento

d’Eterno presente che redime il tempo

C’è nella poesia di Chiara De Luca un gusto per la varietà dell’esperienza, sia che descriva “quante palpebre / ha sull’autobus la vita”, sia che descriva la bellezza metamorfica di una tempesta di neve: :

Guarda come impercettibile

precipita l’intonaco del cielo

vetro smerigliato dove scivola

respiro di visibile che involo

accolto in una mano e noi.

Come questi versi illustrano, Chiara De Luca è una poetessa che eccelle nel gioco delle metafore, che si susseguono e accavallano, in un processo che ci rende familiare l’ignoto e, al contempo, lo ricrea.

C’è un costante fluire d’immagine e sensazione, che possiede una sua dinamica e una sua logica interne, intonandosi al mondano, ma anche alla sofferenza insita nella vita, che la poetessa eredita quale parte integrante della nostra condizione umana, e, a suo rischio e pericolo, ignora. Come scrive nella breve poesia d’apertura:

ancora vengo ad annusare l’abisso

riaprirmi le vene per immergere

la penna e sanguinare versi sul silenzio

Le traduzioni di Eileen Sullivan sono spesso più lunghe dei testi originali, cosa che forse riflette le possibilità contrastanti delle due lingue, suggerendo al contempo che la traduttrice ri-crei, riplasmi l’italiano in forme organiche tali da risultare poesie a pieno titolo anche in Inglese. Riuscendovi con notevole chiarezza e sicurezza.

John Barnie

 

 

 

 

This is a poetry of lyrical grace that casts a spare and flickering light on human suffering. It is a poetry that maintains a surface beauty, like trees in blossom, but goes on to produce a fruit of extraordinary taste and validity. There is a gravity to both thought and language that teeters always on the brink of sorrow; it is the cry of a hurt, furred animal. Poetry here is redemption; the music of Chiara’s language, the delicate movements of the verse-rhythms, the sense of a faith under stress that emerges from the constraint of phrase and enjambement — all speaks a poetry from the heart of our times, a soul in poetry that belongs “to everyone and no one at all”. It is moving and beautiful work and beauty, as an old poet once wrote, must be “in no way cherry blossom”

 John Deane

 

 

“Questa è una poesia di grazia lirica che getta una luce tremante in più sulla sofferenza umana. È una poesia che preserva una bellezza di superficie, come alberi in boccio, ma continua a generare un frutto di straordinaria bellezza e valore. C’è una gravità di pensiero e di linguaggio che barcolla sempre sull’orlo/sul ciglio del dolore; è il grido d’un animale da pelliccia ferito. La poesia qui è redenzione; la musica della lingua di Chiara, il delicato movimento della ritmica dei versi, il senso di una fede sotto la tensione che emerge dal controllo di frasi ed enjambement – – tutto dice una poesia dal cuore dei nostri tempi, un’anima in poesia “per essere / di tutti e non restare.” È un lavoro bello e toccante e la bellezza, come scrisse un tempo un vecchio poeta, non deve essere “mai ciliegio in fiore”.

John Deane

 

 

 

 

 

À ceux qui ne connaissent pas encore les poèmes de Chiara de Luca, cette préface n’apportera rien, sauf, et c’est peut-être essentiel, de les pousser à pénétrer, avec un art délicat d’aquarelliste et la finesses d’âme d’un confident, ce monde fragile, comme suspendu entre les zones crépusculaires et voilées des états changeants de la ville et de la vie, des solitudes de l’amour comme de ses rémissions.

Les autres savent. Ils écoutent, dans le secret de l’émotion et d’une musique soudain très personnelle, cette langue dont Madame de Staël écrivait qu’elle rend plus intelligents (et fraternels) tous ceux et celles qui la parlent. Ils se récitent et répètent les vers de Chiara de Luca comme les strophes d’un fado universel, ou d’un refrain du fin amor provençal ; ils goûtent, avec un enchantement trouble, cette saudade déchirée, cette mélancolie d’exilés, ce canto, ce tango tendre dont ils entendent l’écho poétique sans même savoir d’où ni de quoi il est issu !

La raison parle ici d’un cœur qu’elle apprend à peine à reconnaître, même comme dit la chanson si l’amour finit mal…en général, « Vienne la nuit, sonne l’heure / Les jours s’en vont, je demeure ». Et la demeure de Chiara de Luca reste avant tout le poème, celui de la rencontre comme de la dérencontre, de l’amour comme du désamour, car qu’y a-t-il d’autre ?

Le temps du poème ! Sa douleur, son dire et la durée de son délire, de son charme chamanique, la dureté de ses refus mutiques ; le manque exigeant qui rend sa présence en creux inévitable, et sans lui sans doute l’existence invivable ! Qui s’étonnera donc quand elle lance au début de La Ronde des Rêves : « Je viens encore flairer l’abîme / m’ouvrir les veines pour y planter / la plume et saigner des vers sur le silence. »

Ici, les bulletins météo, de l’’âme ou du ciel, qui traversent plus d’une fois le recueil et lui donnent sa couleur, sont là pour rappeler que le dehors et le dedans, le cœur et le corps, je, les autres et le monde sont une seule et même chose dont la conscience partagée contribue à garder ensemble l’univers.

Il faut alors parler du poids de la rosée sur les roses et sur les choses de l’amour ; de sa disparition et de sa dispersion dans les brumes, l’azur, l’orage, la lumière, ou sous les pluies, les pleurs ou la neige, qui a vite fait de recouvrir les traces du paysage de la passion, si les mots ne rendaient pas évident que cela fut, et que rien ne peut plus l’empêcher d’avoir été.

Qu’il suffise ainsi pour notre plaisir intime de rappeler en paraphrasant Otis Redding : «  Sitting on the dock of the day » et de recommencer sans fin la ronde des rêves….

Werner   Lambersy, 2015

 

 

 

 

 

Su Animali prima del diluvio

 

All’opposto della poesia nuda, dispersa, murata di Stelvio Di Spigno si pone la poesia metaforica, intensa, votata pressoché esclusivamente al discorso amoroso di Chiara De Luca (nata nel 1975 ; una laurea in lingue a Pisa ; un Master in traduzione letteraria per l’editoria presso l’Università di Bologna, dove ha conseguito un Dottorato in letterature europee, con tesi sull’opera giovanile di R. M. Rilke ; già diverse traduzioni all’attivo da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese). Come ci segnala l’autrice stessa nella notizia introduttiva, « animali prima del diluvio è una raccolta antologica cui ho dato una struttura tematica e stilistica coerente e organica, nata da una selezione effettuata su un corpus molto più ampio di testi » (p. 5). Quattro sono le sezioni del libro, dai titoli che già orientano, con la loro tensione fantastica, il lettore : I grani del buio ; confinando l’inverno ; del vento la preghiera ; La corolla del ricordo. Fulminante la poesia d’esordio, che delimita il peri­metro della prima sezione, immaginandolo come un « campo ferito » ai confini del quale si aprono « sentieri infiniti » : « È un campo ferito la storia di ciascuno / sentieri infiniti si aprono ai confini / selci sono pietre miliari di domande / sabbia morbida ad accogliere le orme, / in un proliferare dissennato di stagioni » (p. 13). In questo campo è invitata a fare il suo ingresso una figura, cui il poeta ha conferito un potere sovrano, assoluto, « di vita, di morte, / o di capire », una figura che non solo si pone al centro di ogni verso, ma lo genera con il suo solo nome : « Il tuo nome è un prisma infinito / riverbera sillabe che ricombino / a chiamarti, e ogni cosa » » (p. 18). La campitura metaforica dell’esordio è giustamente sviluppata anche nelle poesie successive, che insistono sull’ambientazione rurale per dar corpo a sensazioni e stati d’animo : « fascine scomposte di attesa » (p. 14) ; « sul petto sarchio il buio » (p. 15) ; « li vedi i sentieri che abbiamo / lasciato » (p. 18) ; « la farina della resa » (p. 24) ; « Svio verso i colli a seminarmi » (p. 25) ; « Sterili canne sono adesso le parole, / si sporgono dal fango ritentando / di risalire in gola a germogliare » (p. 26) ; « Si apre la grotta d’aria spessa / sul tunnel di silenzio dei giardini, / allineo i passi con cura sul sentiero / centran­do spazi liberi tra i sassi » (p. 34) ; « ombra tra ombre seminata » (p. 38). Solo nella poesia conclusiva della sezione compare il nome di Bologna, luogo reale – s’immagina – della vi­cenda, che nondimeno precipita a ogni giro di verso verso un buio primitivo, ferino (p. 24) animale (seguendo l’indicazione del titolo, che è riproposto nella poesia di p. 21) : « Essere niente e voler essere tutto, / nelle tue caverne brancolo a cercare / se con me nel buio per errore / hai lasciato cadere una traccia del tuo bene » (p. 27). Storia che è raccontata, per brandelli, dentro un inverno sterile, freddo, che è quello – come si intuisce gradatamente – di un abbandono, di un’assenza.

Le sezioni successive, cronologicamente più avanzate, sembrano inasprire il dettato metaforico, con un’accentuazione di elementi crudi, che spesso vanno ad amplificare cam­pi metaforici già individuati nella sezione d’esordio, come nel seguente componimento, uno dei pochissimi ad essere datato : « Le parole corona di candele / ardente la resa a un domani spaventoso. / Chiederanno forse le ragioni impronunciate / di quest’apoplettico tacere, / saranno chiodi a fondo in angoli di labbra / per varcare a forza la soglia del senti­re / per divaricare le radici dell’amore. / Nella terra degli occhi lesti seminiamo / svolgen­do germogli in foglie nelle mani / quando scatteranno le tagliole della luce / scivolerà nel nero la bestia del pudore / carpiranno solo vento tra le piume » (p. 57). Nella persistenza, quasi ossessiva, del tema amoroso, si accentuano i motivi della notte e del buio (così co­me gli elementi ctonii), la riflessione metalinguistica sul valore della parola, la presenza di un lessico corporeo, ma soprattutto la tendenza sia a fare del verso un’unità immaginosa quasi chiusa in se stessa (con esiti che richiamano a volte la poesia di Antonio Porta), sia a chiudere ogni componimento in un unico, compatto periodo.

Se la metafora è il cuore fedele, costante di questa poesia (« i palmi del tempo », p. 15 ; « i boccaporti del buio », p. 16 ; « gli stipiti degli anni », p. 59 ; « le unghie brevi del pensiero », p. 60 ; « le reti dell’aurora », p. 70 ; ecc.), non manca, nel complesso, un’attitudine a saggiare in profondità, e con esiti vari, la materia linguistica, per caricarla di maggiore espressività : si nota per esempio una predilezione per i gerundi (come si evince anche dal titolo della seconda sezione) e i participi, anche di rara se non inedita fattura (« nudate del senso fino al silenzio », p. 16 ; « cerco un cielo calmo desertato », p. 51), così come la costruzione di una sequenza non omogenea di aggettivi e sostantivi (« Fui fiera, vergogna, distanze », p. 14). Di particolare forza la zona degli esordi e delle chiuse, che recingono la trama interna di questo piccolo (e protetto) canzoniere. I risultati più convincenti, nel complesso, paiono quelli contenuti nella terza sezione (La corolla del ricordo), dov’è un maggiore equilibrio tra tensione metaforica e descrittiva, una sorta di quieta sospensione dello sguardo : « È stata così piccola la pioggia / nel cadere, docile e precisa per spezzare / il flusso silenzioso e uguale della notte vedi / non torna l’asciuttezza calma del terreno / nei viali foglie marce che dissolveranno / grandi pozze dove come un sasso cade / lo sguardo che ha cessato di cercare / passa lentamente a guado il fango / cede e non ritorna » (p. 81).

Giancarlo Pontiggia

 

 

 

L’oltre è visibile. Ci ricorda la mappa per tornare a vivere, per prendere le cicatrici e soffiarci dentro un nuovo spirito. Ma c’è qualcosa da bruciare tra queste rovine di uomini e donne, tra queste allucinate ricerche che fanno della salvezza l’unico credo. La fiamma è un Sì, netto, come il colpo di un pugnale che incide la scelta, un fiorire di coincidenze, un’impronunciabile vergogna. Coincide con il pianto, con il sudore, con l’incendio che ha infiammato la voce, prima che la memoria si facesse sghemba e il battito piantasse nel buio le immagini del naufragio. Prima dei grani, del rosario divorato dalla deriva, una guerra segreta ha contagiato l’orizzonte. Le leggi d’amore si posano agonizzanti nel dilatarsi del sogno, come una promessa distratta, rubano il sonno alla notte. Non basta l’attesa per frugare tra i confini del silenzio, non bastano le ombre a inscenare un teatro crudo e cieco, dove gli uomini si annidano come spettri, per non dover più credere al contatto della pelle, allo sfiorarsi delle dita. Animali prima del diluvio è un libro che risale nel corpo dopo la lettura, che ritenta la strada del cuore, assediando le vene. Riavvolte nella tenerezza, le sere sputano le salme di ciò che siamo stati. Estirpano la radice dalle costole, l’alfabeto dal ventre. È necessario carpire questo tacere dei chiodi, questi stipiti immaginati che ci condannano a un varcare dissennato e implacabile.

Le porte coi loro lumi, attirano il sentimento fin dentro le nervature dell’altro, in somiglianze indecifrabili ritraggono le svolte del destino. Il sangue è bianco di una carta che non vuole rappresentare tragedie. Pieno di figure incerte che camminano tra le mani, dove le linee del tempo continuano a scavare, un mare d’anime cucito alla resa. C’è una voracità che trasloca dalle labbra all’aurora, in questo piovere d’astio e dispersi, deviando gli spartiti verso il canto, ascoltando del vento la preghiera. Chiara De Luca penetra in queste pagine, la tempesta delle coscienze, lo smarrimento degli occhi di fronte ai ruoli, di fronte all’eterno artificio. Ritrova una prigione a tutela delle piccole luci via via disseminate nei tremori. Se l’attimo crolla nell’altrove, senza compiere la vicinanza, le parole come gocce devono lasciarsi assorbire da questa morte che precede il lievitare, questa nuova terra che ringrazia gli alibi che hanno strappato la solitudine, come una poesia sbagliata. Dimenticando la furia degli sguardi, la pazienza velata dal terrore, il morso che fissa ogni verso tra delirio e desiderio, armando gli angeli di minuscoli singhiozzi. L’alluvione non è una predica. È cedere la propria carne tra le pieghe dell’assenza. Svanire nel domani, nel nome che porta tra le labbra, le pronunce di grazia e abbandono.

 Gianluca Chierici

 

 

Un poeta oggi ha alcune consapevolezze piuttosto amarognole: non saranno i suoi versi a salvare il mondo, neppure potranno fornirgli risposte esaustive alle domande di sempre, non hanno poteri taumaturgici né garantiscono la sua sopravvivenza intellettuale. Inoltre gli complicano la vita con reading, presentazioni, contatti non sempre stimolanti e … vuotano le tasche.

Nulla è più impopolare della poesia. Ma i poeti, testardamente, continuano a scrivere, pubblicano, spendono “la parte migliore di sé” a limare, a ricercare una parola, quella sola che aderisce al senso del verso e al suo ritmo.

I poeti sono testardi ma non vivono al di fuori della comunità, dei suoi valori o disvalori, delle chiamate imperiose del mercato, dei mille problemi quotidiani che assillano  qualunque persona.

Infatti non sono persone diverse,  alieni-umani che colmano taccuini, scaffali di librerie e si rompono le unghie sulle tastiere dei computer.

Ciò premesso, per me ha avuto un senso leggere le liriche di Chiara, dure e duttili, che mi hanno porto con grazia quanto sta sul borderline dell’esistente: il male che si conosce e che si riconosce, sotteso all’atto stesso dell’esistere e quindi essenziale per dirsi vivi.

Ma accanto al male c’è la grazia di una natura mutevole e cangiante per analogia: “È stata così piccola la pioggia / nel cadere, docile e precisa per spezzare / il flusso silenzioso della notte…; “sono questa casa diroccata / di finestre cieche e fumo” e, meravigliosamente amaro: “Vento porta disperato il canto / di un bimbo che si culla nella pelle / contro il bianco duro della soglia.”

Quale consolazione possiamo, dunque,  chiedere se anche il bambino è segnato sulla soglia dura e ogni suo incanto porta via il vento?

A questa domanda risponde la poetessa stessa nell’atto di fede con il quale apre la raccolta: “Credo” il cui secondo verso afferma “nel sacro d’ogni incontro”.

Chiara ancora crede che si possa fare insieme intelligenza e convivio con altri che si incontrano e sono forse anche incoscienti della energia attivata che si può liberare per risanare ogni esistenza.

Possiede una sensibilità che deve proteggere a salvaguardia, ma non teme di mostrare la sua fragilità per darsi a se stessa e agli altri viva e vera.

“Bugiarda sempre Bologna si risveglia / dipana strade nel mattino e ridisegna / enorme il rumore di fondo”: Bologna, presenza a volte clamorosa a volte sottotraccia, scaraventa Chiara nel suo vissuto, nell’intrico delle strade e degli incontri, nei fallimenti esperiti e nelle gioie che una giovane donna come lei deve provare, intendo le gioie dell’amore che svaniscono così, d’improvviso come erano nate. Le liriche sono piene di riferimenti metaforici del paesaggio urbano: “strade ricolme dell’inutile / attesa di un motivo al tentativo”, “nidifica nell’anima sporca la neve” e non capiamo se è l’anima a essere sporca o la neve cittadina ridotta presto in fanghiglia. È un gioco di specchi e tutto si chiude nell’istante della parola che non riesce a significare e va inutile come i  lampioni istantaneamente spenti.

Parrà strano che una giovane donna possa titolare un’opera La corolla del ricordo; pare che solo ai vecchi (ma non si deve più usare questa parola!) sia concessa la consolazione del ricordo; ma è una stupidaggine: ciascuno di noi è ciò che è stato, ciò che ha avuto, ciò che ha perduto, ciò che ha sognato, ciò che ha esperito: noi siamo quello che abbiamo ammassato giorno dopo giorno, da formiche o da cicale.

Vale la pena citare i versi da cui nasce il titolo e che nella loro icasticità traducono lo stato dell’esistente: “Si riapre la corolla del ricordo / ora che fermandomi riascolto / e sono rovi a fondo nell’andare / ogni giorno dove non ci sono […] tra petali di gelo che improvvisi / si serrano per chiudermi nel boccio / dei miei sorrisi bianchi collaudati / a ingannare chi non sa vedere,”

Vorrei fare una piccola annotazione sull’esergo di Emily Dickinson: forse alcuni dei suoi versi più amari. Ma Chiara ha altrettanto ferme le certezze della signora auto reclusa in bianco? Lei così viva, attiva, ridente nei suoi mali?

 

Narda Fattori

 

 

 

Gregorio Scalise su confinando l’inverno

Scalise_Voci 

 

 

 

 

Su Albabeto dell’invisibile

 

Non è facile parlare di un libro che ancor prima di essere pubblicato si presenta come un successo annunciato, e non solo a livello nazionale. Sto parlando di Alfabeto dell’invisibile di Chiara De Luca, prefazione di Claudio Damiani, che andrà in stampa per la Samuele Editore il prossimo mese ma che ha già visto rincorrersi le seguenti anteprime:

su RaiNews, blog di Poesia di Luigia Sorrentino
su Atelier
su Nuova Provincia di Matteo Veronesi
su Vallejo&Co – in lingua spagnola
su Samgha – in lingua spagnola

oltre a un’anteprima sul blog di Cristián Basso Benelli sempre in lingua spagnola e una traduzione in inglese a cura di Gray Sutherland.

Un libro che non passa inosservato per il suo rigore formale, non rigido ma controllato, che riporta a certa musicalità novecentesca. Non a caso Matteo Veronesi scrive: Testi in cui vi è, certo – ma remota, privata di qualsiasi compiacimento decadente, di qualsiasi svenevolezza ed estenuazione estetizzante –, l’eco della città del silenzio dannunziana (o di quella «Ferrara la morta» di cui Corrado Govoni, ad emulazione della Bruges di Rodenbach, cercò, a inizio Novecento, di plasmare l’immagine e il mito); ma nei quali prevale un ritrovato respiro, una rinnovata ariosità, discorsività e umanità del canto, oltre, e non al di qua, di ogni tentazione di formalismo o d’intellettualismo chiusi in se stessi. Il che non indebolisce, ma semmai rafforza, la portata simbolica, la correlatività esistenziale dei luoghi, degli ambienti, dei nomi, e dei ricordi che essi, quasi proustianamente, richiamano e ridestano. 

Un libro che inevitabilmente attinge alle caratteristiche biografiche dell’autrice. Dalla sua attività di traduttrice emerge questo continuo tono che non fa del mondo una poesia ma traduce il mondo con tutta quella complessità del lavoro che appunto il traduttore si trova ad affrontare. Sempre in bilico tra l’autore che si sta lavorando e l’inevitabile presenza, da modulare, della propria persona. Perchè se il deve in qualche modo scomparire nella massima misura nel lavoro di traduzione, è anche vero che questo non è assolutamente possibile e allora il traduttore si trova a chiedersi chi è lui in quell’opera, quanto di lui resta e soprattutto perchè resta. E in questo Chiara De Luca pare affrontare il mondo appunto chiedendosi quanto di resta nel mondo. Un mondo che viene osservato nella sua caratteristica più fisica: il paesaggio. Un paesaggio visto come in una strada fatta di corsa che è poi la grandissima passione dell’autrice (la corsa) ed è il suo modo di misurare gli elementi che incontra non solo nel paesaggio ma nella vita intera: Torno per l’abbraccio di chilometri di Mura / con le mani aperte che non ne sanno altre.

Un libro di sguardi e traduzioni fatte col corpo, grande protagonista del libro: la scuola che ha visto la mia liberazione / dagli altri in bagno per la ricreazione / molto prima che imparassi a deglutire / la nostalgia del mondo, la siccità d’amore. Un corpo che inevitabilmente percorre altri corpi e in primis quelli naturali, quasi punti d’appoggio per la storia stessa dell’essere umano che li incontra: – il cuore è germoglio da un albero morto / residuo insospettato di uno schianto . Ed è proprio quest’ultimo termine, squisitamente poetico seppure d’uso anche comune, schianto, che in qualche modo svela il sentimento caratterizzante la prima sezione della raccolta: Luoghi del ritorno. Non a caso si legge: Corri forte lepre dov’è inutile la fuga / in quest’invernale primavera seminuda , dove la fuga pare essere il residuo dello schianto di poche pagine prima, della nostalgia succitata. Il corpo pare essere un qualcosa di rimasto indietro nella corsa, il sé un qualcosa di smarrito qualche vita fa. Poi aprendosi a una soluzione sostanzialmente paradossale per un’autrice (e qui attingo a una conversazione fatta con Chiara) che per certi aspetti rifiuta la poesia d’amore: Quanto arrivi tu è possibile tutto / la rincorsa in slancio e dell’amore il tuffo. Un amore che tanto assomiglia alla pudica dignità di una persona che ha imparato ad accettare l’arto mutilato, il dolore che ancora ne resta, pur chiedendosi quando l’ha perso, quando è iniziato, chi era prima del dolore, quanto il mondo attorno si accorge della mancanza di quella parte di mondo, di quella parte di corpo invisibile.

La seconda sezione, che personalmente trovo la più squisita nell’architettura di Alfabeto dell’invisibile, si intitola Stazioni e riporta alla corsa sublimandola in viaggio, a corsa espansa. Altissima ed emblematica la prima poesia che ha come incipit: Ti siano pudiche le stelle, e come chiusa: alba primordiale è buio / l’utero di quel che non ritorna. Un pudore, quella dignità della poetessa poc’anzi descritta, che in questa sezione si immerge in latitudini e longitudini di pioggia, protagonista importante di questa parte del volume: La pioggia è una favola prima di dormire. Il tono resta controllato, mai esasperato, anche nei testi più nostalgici: compie sette anni il nostro addio e non finisce. E sono proprio questi frammenti di quotidianità tradotta che trovano la loro sublimazione nella natura che aiuta, quasi come un dizionario bilingue, a trovare riferimenti all’essere e al dire: bianche si squarciano le vene, / gocciano neve […] naufragati nelle risa di pioggia come un bene. Dove l’autrice sta con la fronte alta per non perdere lo sguardo / l’uno nell’anima dell’altro a ribadire la sentimentale corporeità della traduzione (poesia) stessa.

Fa seguito una sezione intitolata Volti che espande ancor di più lo sguardo a storie, esperienze di persone, con diversi innesti di dialoghi non esplicativi ma poetici essi stessi: «Io non l’ho voluto questo figlio», / dici a bruciapelo e guardi sorridendo / lui che dalla porta ti sorride. Il a un certo punto però riemerge (anche se non era mai stato abbandonato del tutto) con la medesima modalità di espressione del mondo e delle storie a cui si è arrivati: «Sei fortunata tu che non sei sola», / dici sfiorando il muso del mio cane, non rinunciando ad aneddoti personali: Guardando la chitarra appesa sulla spalla / penso forse anch’io riprenderei a suonarla. La nostalgia mai decadente ma anzi come detto pudica, controllata anche musicalmente, che impernia l’intero volume trova poi un’ulteriore conferma: che si può lasciare andare via chiunque / senza batter ciglio né capire. Un ritorno inevitabile per chi affrontando i volti delle storie si trova a confessare: Per anni scontando la tua storia / come un delitto non commesso.

L’ultima sezione, Mare, che fin dal titolo prelude a un’espansione (dai ritorni alle stazioni ai volti) che vuole implicare un infinito dello sguardo (l’orizzonte) in una distesa sconfinata, ritorna invece sempre più a fondo nel della poetessa/traduttrice in un percorso che alla fine risulta assolutamente logico e lineare, anzi armonico e in qualche modo caratterizzato da una sua delicatezza: Amore è questo guscio duro che la vita / da tempo ha consegnato alla sua assenza / ma quando lo ascolti ricanta la distanza. Il riferimento personale resta sempre legato a dei non detti, a delle assenze controverse: Io vorrei potere come le onde / sfiorare la sabbia che ti assorbe, / essere goccia respinta dalle rocce, / non tutta quest’acqua così ferma / stagna in una rada senza sponde. Dove la salvezza, l’amore, il ritorno stesso, trova il suo apice in cinque versi precisi: Adesso io ricordo te come un gigante / che in braccio mi portava lievemente / “dove non si tocca” per lanciami / in volo e riacciuffarmi appena prima / che cadessi in acqua per salvarmi.

Un libro da leggere con l’attenzione dell’orologiaio che osserva i meccanismi dell’orologio meccanico, complesso ma regolato, dove anche gli spazi di vuoto hanno un loro significato e utilizzo nella fisicità della struttura. Proprio come fa l’autrice in chiusura del libro, rivolgendosi a un sé che poeticamente sono tutti: l’avresti detto sott’acqua / che l’acqua ti avrebbe restituita / e nell’inverno ti saresti trovata / da fuori a guardarla.

 

Alessandro Canzian

 

 

Come scrisse splendidamente, tempo addietro (nel n. 9, ottobre-dicembre 2003, di «Cartapesta», piccola e preziosa rivista imolese oggi defunta), Andrea Pagani, «sarebbe stato difficile trovare una città più adatta di Ferrara – dannunziana “città del silenzio”, con le sue ampie strade deserte, con la sua sospesa solitudine, col senso di attesa e di mistero che trasuda dai suoi monumenti –» ad ospitare e sollecitare la genesi della pittura metafisica. Città, proseguiva, tale da ispirare «la suggestione per un punto di vista surreale del mondo; le pieghe del mistero che si nascondono sotto i contorni della realtà; immagini di sospensione, attesa, presagio; una sorta di occhio veggente e di accostamenti improbabili fra le cose».

Lo stesso vale per questi versi di Chiara De Luca, che ho l’onore di presentare. Testi in cui vi è, certo – ma remota, privata di qualsiasi compiacimento decadente, di qualsiasi svenevolezza ed estenuazione estetizzante –, l’eco della città del silenzio dannunziana (o di quella «Ferrara la morta» di cui Corrado Govoni, ad emulazione della Bruges di Rodenbach, cercò, a inizio Novecento, di plasmare l’immagine e il mito); ma nei quali prevale un ritrovato respiro, una rinnovata ariosità, discorsività e umanità del canto, oltre, e non al di qua, di ogni tentazione di formalismo o d’intellettualismo chiusi in se stessi.

Il che non indebolisce, ma semmai rafforza, la portata simbolica, la correlatività esistenziale dei luoghi, degli ambienti, dei nomi, e dei ricordi che essi, quasi proustianamente, richiamano e ridestano.

D’altro canto, la metafisica stessa non porta alla vaghezza o all’indeterminatezza, ma, al contrario, come lo stesso De Chirico sottolineava (e lo stesso potrebbe valere per certi scenari del primo Montale), proprio alla precisione, alla nettezza e alla limpidezza, quasi classiche, di forme e contorni: «È la tranquillità stessa e la bellezza priva di senso della materia che mi sembra metafisica, e tanto più metafisici sono gli oggetti, che per il nitore delle tinte e l’esattezza delle proporzioni si trovano agli antipodi d’ogni confusione, d’ogni nebulosità».

Scrive la poetessa: «…per il muschio fradicio e l’alloro dei giardini / il manto di silenzio che apre i giorni festivi, / per il canto stonato dei colombi che ricorda / il ritmo sincopato del verso quando inciampa…». Vi è, qui (accanto al clima squisitamente primonoventesco, quasi campaniano, delle immagini visive, e insieme visionarie, che si allineano scandite dall’inanellarsi delle anafore), la voce classica, bucolica («nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo…») della natura offuscata dalla presenza umana, ma ritrovata in una parola poetica che aspira, peraltro, ad una limpidezza e ad una fluidità rese più ardue e contrastate dal rovello della consapevolezza stilistica.

 Matteo Veronesi

 

 

 

 

As Andrea Pagani wrote so eloquently a dozen years ago in Cartapesta, a lovely little magazine from Imola that now alas has folded (Cartapesta, No. 9, October-December 2003): “It would be hard to find a city more suited than Ferrara – one of D’Annunzio’s “cities of silence”, with its wide empty streets, its lurking loneliness, the sense of waiting for something, something mysterious that seeps from its historic buildings – ” to play host to and impel the genesis of metaphysical painting, “a city,” as he went on, that is capable of inspiring “a suggestion for a surreal viewpoint of the world; the folds of mystery that hide below the contours of reality; images of suspension, waiting, foreboding; a sort of watchful eye juxtaposing things in unlikely ways.”

The same comment applies to these poems by Chiara de Luca, which it is my privilege to present. Her poems contain a sure echo – albeit one remote from and free of any kind of decadent smugness, soppiness or aestheticizing extenuation – of D’Annunzio’s city of silence (and also perhaps of “Ferrara the Dead”, in which Corrado Govoni, emulating Georges Rodenbach’s Bruges-la-morte, sought to meld image and myth back in the early 20th century). At the same time, her poems resound with a triumphant, rediscovered breath, and a renewed breeziness, discursiveness and humanity, which lie beyond, not this side of, any attempt at formalism or intellectualism closed in on itself. This does not weaken but rather strengthens the symbolic content, the existential correlativity of the places, environments, names and memories, which in an almost Proustian manner these recall and reawaken.

On the other hand, in and of itself metaphysics does not lead to vagueness or indeterminateness but rather, as De Chirico himself underlined (and the same might apply to some of Montale’s early scenarios), to an almost classical precision, clarity and limpidity of form and contours: “To me tranquillity itself and beauty free from the material sense seem to be metaphysics, and objects are all the more metaphysical when the cleanness of their colours and the exactness of their proportions lift them to the pole opposite all confusion and nebulosity.”

As Chiara De Luca writes, “for the rotting moss the laurel in the gardens / the cloak of silence that opens on holidays / for the discordant song of the doves that recalls / the syncopated rhythm of a stumbling line.” Here we see (beside the exquisitely early twentieth century, almost Campanian climate of the visual imagery and visionary totality falling into place, scanned by the curling anaphorae) the classic, bucolic voice (“nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo”) of nature blurred by the human presence but rediscovered in a poetic language that aspires to a limpidity and fluidity that are rendered more arduous and full of contrast by the vexation of stylistic consciousness.

Matteo Veronesi

 

 

 

Chiara De Luca, escritora y traductora, es fundadora y directora editorial de la editorial Kolibris. Ensayista, vease su último A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015), es autora, además, de los poemas La corolla del ricordo (2009, 2010) y Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010). Presentamos algunos inéditos de su última antología de próxima publicación Alfabeto dell’invisibile (Samuele Editore) en versión bilingüe español-italiano, traducción de Antonio Nazzaro. El hilo conductor de estos versos es la palabra: los elementos de la naturaleza son metáfora de la esfera comunicativa y afectiva entre el hombre y el propio universo: «palabras mudas como peces en el mar». La potente imagen de la lluvia, invocada como deseo de permanente espera, muestra la existencia en su constante e infinita búsqueda de la palabra y del silencio: «la nariz se deslizaba sobre la hoja en la busqueda / de una pista de palabras hacia un sentido», y como un eterno retorno: «y todo tiene forma y todo es / nuevamente». Palabras auténticas y potentes; sólo éstas pueden reconquistar, en la dimensión del recuerdo, lo que fue, y todavía vive fuertemente entre nosotros.

 

 Teresa Caligiure (Samgha)

 

 

A fines de marzo de este año, aparecieron publicados en español en la revista de literatura peruana Vallejo & Co. siete poemas de la poeta italiana Chiara De Luca, escritora y traductora que ha destinado la vida y la pasión por la escritura poética .

Es autora de los poemarios  La corola della memoria (2008), Animali prima del diluvio (2010) y del inédito Alfabeto dell’invisibile, en versión bilingüe español-italiano. Su poesía sorprende por la fuerza expresiva que alcanza en los versos. Sin duda, una autora que debemos considerar cuando se trata de elegir poesía “de alto vuelo”.

Cristián Basso Benelli

 

 

 

 

Pittogrammi ferraresi

Circa 20 anni fa in Francia è stata riscoperta la grotta di Chauvet praticamente inaccessibile fin dai tempi dell’ultima glaciazione. All’interno della grotta sono stati rinvenuti segni e pittogrammi incisi sulle pareti dagli uomini e donne di Cro-Magnon. Questi segni e queste immagini rappresentano in un certo senso l’alfabeto più antico che si conosca, l’alfabeto di un mondo che è rimasto invisibile allo spazio e al tempo fino al momento in cui è stato ritrovato.
Da quei segni graffiati sulla roccia traspare comunque l’affinamento di una Bellezza primitiva scaturita da un’atmosfera palpabile di paura e speranza; aleggia, per così dire, lo Spirito di uomini e donne esposti a molti misteri che vivevano in una cultura che Berger [1] ha definito dell’ARRIVO, per contrapporla a quella che viviamo noi oggi e che, evidentemente, è, per contrapposizione, una cultura della PARTENZA dove invece di essere affrontati, i misteri vengono elusi.
In questa grotta, attraverso questo alfabeto dell’invisibile, si capisce una cosa importante e cioè che la Poesia nasce come un delfino: sa nuotare subito.
Ecco dunque quello che consiglio di fare con l’ultima raccolta poetica [2] di Chiara De Luca, poetessa e traduttrice ferrarese: entrate nel libro come se fosse quella grotta e leggete le sue poesie come se fossero quei pittogrammi quei segni carichi di speranze, paure e desideri di noi tutti, Cro-Magnon-ferraresi.
Dopo un “viaggio” di 20 anni, Chiara De Luca ritorna in questo luogo dove persiste la sua origine, la nostra origine; in una terra che

…non attende acqua invece attinge

da falde dentro al ventre più profonde

né traccia l’acqua il suo viaggio per cadere

ma evapora l’eccesso di sé per non finire

[Parco Bassani, III pg. 43]

Con il ritorno dopo 20 anni a Ferrara, Chiara traduce le lingue visitate, i paesaggi e i luoghi interrogati, in un’unica lingua e in un unico luogo: una lingua senza un alfabeto (la Poesia) e un luogo senza contorni fisici (un origine invisibile).
Le parole sono solo e il SOLO modo di approfondire il rapporto tra se stessa e il mondo, tra la sua presenza umana e un luogo. Le parole non sono quindi il dizionario di ciò che chiamiamo “Chiara” o “Ferrara” ma i confini di un altrove che si perde nel buio della grotta e dove grazie ad un almanacco di segni e di pittogrammi ( parco Bassani, via della ghiara, il ghetto ebraico, via gusmaria, parco massari, via camaleonte,…) è stato possibile ESISTERE e

…sguinzagliare di colpo la notte in un recinto di parole
[pg.56]

Su queste pareti ritroviamo tracciate le “campane” su cui Chiara saltellava da bambina, le matatene di Via Gusmaria [pg.38]; su queste pareti decifriamo tutte le speranze e le paure, i misteri a cui Chiara era esposta quando viveva nell’epoca dell’ARRIVO. E’ in questa grotta in questo luogo che persiste l’ostinata origine della sua Poesia.
Tutti gli altri luoghi vengono visitati per essere cancellati. Solo uno resta sconosciuto: quello dove fallisce ogni tentativo di fuga e dove trionfano insieme la nostra prigionia e la nostra libertà.

Così viaggiare e visitare per 20 anni lingue e luoghi ha “soltanto” permesso di scoprire che ciò che è scomparso, in realtà, si nascondeva qui nel luogo che non è mai stato veramente visitato ma solo sgranato come un rosario; nel luogo dove è stato messo tutto a soqquadro ma non è stato mai riordinato.
Il luogo dove Chiara è stata inchiodata alla vita e dove, come fa un delfino, ha subito nuotato.

[1] J. Berger Qui,dove ci incontriamo Bollati Boringhieri (2005)
[2] C. De Luca Alfabeto dell’invisibile Samuele Editore (2015)

Giuseppe Ferrara

“Alfabeto dell’invisibile” di Chiara De Luca, edito Samuele Editore, rappresenta la nuova svolta che la poesia dell’autrice ha preso. Rispetto a “La corolla del ricordo” e ad “Animali prima del diluvio”, entrambi editi Kolibris, la voce di Chiara si fa più narrativa, introducendoci in un mondo che non è più altamente lirico e rarefatto, trasfigurato dal linguaggio poetico, ma un mondo concreto, fatto di cose e di ricordi.
Il volume è diviso in quattro sezioni, due più narrative e due più liriche che ricordano maggiormente le raccolte che lo hanno preceduto. La prima è la terza sezione, Ritorno e Volti, costituiscono la voce narrativa.
Ritorni racconta del ritorno della De Luca a Ferrara, dopo essere stata ospite di diverse città italiane. “Dopo vent’anni in silenzio ti ritorno /a guardare dritto nel centro del cuore / da viaggiatore che ormai più non cerca // da tempo alcun riferimento, madre / tanto lieve distratta e inadempiente, mia Ferrara”: questo l’incipit della prima poesia dedicata alla città a cui l’autrice fa ritorno. La poesia prosegue, ricordando a chi ha letto i romanzi “La collezionista” e “La mina (stra)vagante” editi Fara Editore la forte ironia di cui Chiara è capace. L’autrice infatti non ha solo un occhio molto attento, ma anche piuttosto sarcastico: ed ecco che i giovani diventano soldati in divisa “iscritti d’ufficio alla ‘compa’ che a sera / si trovano al piazzale dell’Iper a bruciare / metà della serata per decidere che fare”. Seguono delle poesie capaci di descrizioni precise, veri e propri ritratti della città, delle sue ville e delle sue vie, che vengono attraversati da ricordi che, come raramente accade in poesia, non vengono solo abbozzati o frantumati per poter poi essere lasciati all’intuizione altrui. La De Luca lavora alla riemersione del ricordo, offredocelo intero: ed ecco che ci permette di vederla andare col fratello al funerale della nonna a Roma, o consegnare bambina i fiori per un fioraio di viale Cavour.
La precisione della descrizione pervade anche la terza sezione, Volti, in cui l’autrice ci espone dei veri e propri quadri in cui la vita reale si tramuta in poesia senza perdere nessun fotogramma ed il suo fascino narrativo. Sono ritratti di dolore altrui, trattati con la dolcezza di chi non vede l’altro solo come possibile personaggio da trasformare in arte, ma che sa considerarlo e mostrarlo come persona: “Stretti nella morsa dei minuti in sala / d’attesa i vecchi indossano sorrisi, / stanchi di parlare solo per tacere – / […]Accanto lei sta guardando da tempo / ha occhi di foglia nel deserto del volto // sobbalza quando le parlo e si accorge / di non essere il solo punto nell’ampio // bianco del muro mentre già un altro / forse viene risucchiato dalla stanza / all’occhio magnetico della risonanza.”.
Stazioni e Mare, sono le altre due sezioni che ricordano maggiormente le precedenti fasi poetiche della De Luca, ma che al contempo assumono, a tratti, una forma ibrida tra poesia lirica e poesia narrativa.
Anche la seconda sezione, Stazioni, è attraversata da ricordi e il linguaggio si fa meno immediatamente legato al concreto, e la natura diventa lo specchio descrittivo delle emozioni dell’autrice.
Mare, ultima sezione fortemente lirica, è un vero e proprio dialogo tra questo elemento naturale e l’interiorità di Chiara, che si descrive descrivendolo: “Si addensa il buio o sono banchi / di pesci radunati all’imbrunire,/ si dilatano le onde oltremisura / lievita il bianco della schiuma / sulla cresta aperta d’acqua franta / che li ricompone e imbianca / posa luce offesa sul fondale. / Dal mare imparo a trattenere / il vento a rivenirmi incontro / facendomi d’aria e movimento”.
Nonostante la divisione in quattro sezioni vi sono dei temi che ricorrono e si rincorrono per tutta la raccolta. Il viaggio e il ritorno, temi più evidenti all’interno del volume, sono spesso descritti con parole come “fuga”, “sgusciare”, come se il viaggio fosse necessario strumento di libertà, esigenza dell’animale in trappola. Il volo, le ali aperte, la capacità o l’incapacità di spiccare il volo, costituiscono un altro elemento molto importante di questo testo: “ti sembra forse che sia rinuncia al volo / strigermi attorno le ali per restare / se è vero che mi mancano le storie / raccolte sul muretto alla stazione […] Eppure anche gli uccelli migratori / se volano è per fame o per cercare / un nido sconosciuto cui tornare […]”.
Anche l’acqua, ed in particolare la pioggia, sembra non abbandonare mai “Alfabeto dell’invisibile”, la cui poesia viene continuamente bagnata, come un ossessivo bisogno di slavare e stemperare l’atmosfera, o di evadere e sfogare l’emozione tramite un pianto irreale ma liberatorio. “La pioggia è una favola prima di dormire”, “L’acqua ha nutrito la furia delle onde”, “via come l’intonaco del cielo che la pioggia / ha sciolto e accolto per lasciarlo ricadere”.
Anche il buio torna spesso nei testi della De Luca, un buio che viene spesso legato ad un altro elemento ricorrente, il seme, che permette la vita ma che sempre legato all’oscurità e al dolore: “Anche quando non lo irrighi vedi il dolore / è un seme che spetta al buio di saziare”.
“Alfabeto dell’invisibile” sarà, agli occhi di chi già conosce l’autrice, un’inaspettata e significativa evoluzione, e per chi ancora non ha letto nulla di suo sarà l’occasione unica di entrare in intima assonanza con una poetessa che sa davvero toccare il fondo delle cose per donarle al prossimo.
Federica Volpe
La sua vita trascorre tra un verso e l’altro, tra una traduzione e l’altra. Della poesia si è fatta portavoce, della poesia ha fatto la sua voce.
Lei è Chiara De Luca, poliglotta traduttrice di grandi autori contemporanei e non, editrice di successo, critico letterario e poetessa.
Un nome che nel campo artistico è divenuto sinonimo di integrità intellettuale e di impegno veritiero.
E, così presenta la sua ultima fatica “Alfabeto dell’invisibile” (Samuele editore, pp. 150, euro 12).
Con prefazione di Claudio Damiani, l’autrice interloquisce con Ferrara , città dove ritorna dopo un lasso di tempo notevole, per rispecchiarsi, ritrovarsi e perdersi tra i monumenti, i luoghi, i vicoli e le chiese.
Le case la riconducono a persone, i ricordi alle inquietudini mai sopite che si stemperano nei forti e vellutati componimenti, raccolti nelle quattro sezioni: Ritorno, Stazioni, Volti e Mare.
“Come questo stralcio di strada che nessuno / ha sporcato eppure piano ti riapre nel mattino / un varco ampio tra i grani che hanno appreso / a mutarsi verso il sole senza essere parlati;/ un anno ha fatto il buio da confine al buio/ ha chiuso la sembianza di parole in ombre / occultato oscuri spigoli in vastità di attese / di una luce relegata nell’eterno suo venire/ la bellezza devastante che va oltre la miriade/ di pupille iridescenti tra le onde spalancate/ su quello che neppure abbiamo rinunciato/ per avere chiuso gli occhi prima di guardare / ritornato a piedi scalzi l’incubo peggiore/ dissolverà o divorerà domani.”
Rita Caramma

Chiara De Luca ha recentemente pubblicato da Samuele Editore la raccolta di poesie Alfabeto dell’invisibile. L’autrice scrive poesia e narrativa, traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Nel 2008 ha fondato una casa editrice, Kolibris, dedicata alla traduzione e diffusione della poesia straniera contemporanea. Un’iniziativa importante, perché, come già diceva Madame de Staël due secoli fa, ogni letteratura cresce e fiorisce nel confronto con le altre culture.

Claudio Damiani nell’introduzione sottolinea il legame con la città natale dell’autrice, Ferrara. Ma  ci sono anche le altre città in cui ha vissuto (Pisa, Bologna), gli incontri, le persone, (una sezione si intitola Volti). Un grande esercizio di memoria, un inventario delle cose passate: i diari / i vecchi peluche, i biglietti dei treni, / le lettere, il vinile, i progetti di domani, che, trattenute nelle parole, non vanno più perdute, e sono condivise dai lettori, chiamati a riconoscere le somiglianze con la propria esperienza.

Una poesia è dedicata a Pisa, città in cui l’autrice ha frequentato l’università.

 

Mi precedeva il fiume all’orizzonte

ogni giorno “al tocco” sul Lungarno

 

quando seguendone la scia scivolavo

cibandomi di vento e voci di studenti

appollaiati in cerchio alle “spallette”,

 

tra gente radunata in crocchi alle fermate,

parà schierati al ponte come una dogana,

 

– brutte, spavalde, stupende o imbarazzate

le ragazze non potevano passare inosservate –

 

in libera uscita come scolaretti in gita

annoiati e superbi, intenti a tirar tardi,

 

mentre scivolavi più veloce degli sguardi.

È rievocata una vita di spostamenti, di viaggi, Avevo una tenda arancione da ragazza, in cui si fa i conti con la solitudine: L’attesa in stazione serve a sentire / che si può essere ancora più soli. Infine il ritorno a casa, la città dell’infanzia, Ferrara: anche gli uccelli migratori / se volano è per fame o per cercare / un nido sconosciuto cui tornare.

Un ritorno segnato dall’inquietudine: Basta un niente alle ruspe per abbattere una casa. Oppure: Hanno smantellato nella notte il nido. La precarietà dell’esistenza è estrema, la casa non è un posto tranquillo, anzi, lacera: siamo il taglio e lo abitiamo. Non c’è una facile pace per l’autrice, che ha imparato ad abbracciare / la nostalgia del mondo. Un abbraccio che è una ferita: l’aria è finita, nel cuore una piccola crepa // mi ha inchiodata alla vita.

Marina Sangiorgi

 

Come avverte Claudio Damiani nell’introduzione, Alfabeto dell’invisibile è il libro di un ritorno. Per Chiara De Luca, ritorno alla città “matria”, resoconto che ristabilisce un margine, un confine di ri-orientamento dopo il “pellegrinaggio” di formazione. Tornare a un luogo è il modo di riattivare il sé nella memoria, cioè in uno spazio che si riempie di storia personale, in una nuova fisionomia identitaria, fatta d’incontri con l’alterità, con i volti (e Volti è titolo di una sezione del libro, la più intensa perché chiaramente ispirata da esperienze dirette, d’impatto corporeo):

Lei è un abito di seta elegante

che fluttua nel vento come un niente
precariamente appeso al volto spento,

non si stanca mai di camminare
ogni giorno da secoli per ore,

non si sazia mai di quel suo andare
senza mai il traguardo di una fine.

Lei è divenuta sostanza del paesaggio
ramo scarnito, arbusto consumato,

filo d’erba alla deriva sul selciato.

Ogni anoressica è una gabbia, mi ripeti,
di un cuore che ha bisogno di essere in prigione

da quando il cielo gli ha negato di volare.

(p. 92)

*

Siamo quelle che arrivano dopo
a festa finita senz’aver tentato
d’esserci per prime come un gioco.

Per questo forse stasera ci aggiriamo
quiete tra cartacce unte e stropicciate,

le chiavi di una macchina scordate
sulla fontana da chi aveva troppa sete,

oppure messe lì da qualcuno che credeva
che l’altro più in alto le avrebbe ritrovate.

Qui dove sonnecchia ora il “bruco mela”
e fermo ai piedi della ruota il panorama

come i ricordi di bambina quando a scuola

a tutti regalavano i biglietti per la luna*
tra un paragrafo di storia e un’altra noia.

*Da bambina, quando il luna park arrivava in città, a scuola distribuivano a tutti biglietti gratuiti per le giostre.

(p. 97)

*

Era buio intorno e le labbra
del mondo non si schiudevano più

all’enorme gola dell’alba per il bacio
o il morso del freddo sul selciato,

quando mi hai detto non toccare
il solo mattone che hai posato male
,

sistemane di nuovi per rialzare
il muro della vita che ti appartiene
.

Anche noi, Gray, abbiamo stagioni
alti rami distesi contro il tempo,

non siamo nati per avere sempre
le stesse foglie ampie sulle spalle,

ma per spiovere l’acqua dei giorni
in tempeste che scemano ricordi.

È dagli alberi che abbiamo appreso un tempo
di questo nostro abbraccio primitivo lo slancio

premendo contro il petto la corteccia,
per riaprire una ferita in ogni breccia,

seguendone il respiro lungo il tronco
in cerchi ampi tracciati dalle assenza;

perché siamo il taglio e lo abitiamo
il ghiaccio si fa sangue che condensa

al nuovo pronunciarsi dell’inverno
per radicarci a fondo negli sguardi

ciechi se è divelta la presenza.

(pp. 106-107)

L’irruenza del mondo è comunque lo stimolo di un’apertura al cambiamento, proprio rientrando nel sé, il soggetto di questa poesia riscopre la capacità d’emersione: «l’avresti detto laggiù/ che il mondo sarebbe riemerso/ dal principio avresti imparato/ il rapido braille della luce/ sul foglio spianato del giorno» (p. 116).
La parola si ricostruisce sull’«invisibile» di un nuovo sentire, immaginazione che cade nei ricordi, «futuro bianco» che si apre ad altre vicende, nascenti, non più «mancanti» ma enumerabili – “memorabili”, dunque – proprio per effetto del ritorno a sé.
Ombre positive si proiettano da un campo “memoriale” che ritrova fiducia nell’attraversamento:

La pioggia è una favola prima di dormire
stanotte sommessa a sorpresa ci racconta,
insistentemente lungo i muri ci riporta
il sordo pulsare del sangue in quelle sere
a cercare di smorzare la sua corsa nelle vene,
perché non ci stanassero gli spiriti curiosi
tra glia alberi nel buio di quel nostro amore,
passo dopo passo discosti fianco a fianco,
a fronte alta per non perdere lo sguardo
l’uno nell’anima dell’altro.

(p. 51)

Futuro e casa si solidificano in una certezza: la capacità di nominazione e l’evidente conseguenza che la parola possa riaccostarsi al mondo, quello a venire. Emerge una fiducia, ancora non pienamente definibile, di poter captare (almeno per immagini) i nuovi campi d’esperienza, a disastro avvenuto:

TERREMOTO

Hanno smantellato nella notte il nido
che caparbia la colomba aveva stabilito
di deporre col futuro sopra il davanzale.

Rapida ricresce la sua casa di fortuna
di sterpi, carta, fango, gusci e spazzatura.

La spio dietro le tende a casa di mia madre
tra scatole sfondate che dopo il terremoto
alla rinfusa hanno accolto quel che è stato.

Né più ricordo dove dormano i diari
i vecchi peluche, i biglietti dei treni,
le lettere, il vinile, i progetti di domani –

sarà come scartare dei doni da lontano
oppure lasceremo gli spettri al loro buio.

(p. 71

A volte la parola è desiderio nostalgico, l’assenza e il silenzio sembrano una copertura, attesa quasi infantile dell’accadimento, piccole ricadute di un percorso di maturazione:

Potesse la pioggia non finire, io restare
per sempre al caldo in attesa di qualcosa
di eclatante, un lampo dirompente:
un amico che ti chiami per niente,
uno sconosciuto che non legga
in te solamente quello che gli serve,
un pianto che non enunci le assenze
un silenzio che non pronunci sentenze.

(p. 74)

Ma a restare di Alfabeto di cenere, sua solida conquista, è il senso di un percorso aperto al possibile; la fiducia nel viaggio del nome a ogni approdo di continuo nascente.

 

Come non le avessi mai incontrate

sui sentieri riaperti della luce,
le segui arcuarsi in un sorriso

lungo la Vite che credevi
mai più sarebbe ritornata

sulla nuova rotta frapposta dall’inverno
tra noi e l’approdo a un altro deserto.

Hai gli occhi di chi ancora nomina il giorno
i miei dicono notte perché non tradisce

la speranza che se la pronunci svanisce.

(p. 102)

 

*

Guarda come annotta il mare
sotto l’ossessione del temporale
come si discostano le coltri
d’onde ad accogliere scaglie
di perle e pesci sgusciati dalle tane –
Oculato il mare consente alla furia
del cielo di scialacquarne la luce

(p. 121)

 

*

Pregna di pensieri inghiottiti
calcati come orme riandando

a ritroso sul litorale la sera
dove il vento cessa di sferzare;

ebbra di parole d’altri e troppo
belle come d’onde lunghe il mare

solo a rendere ogni singolo
bacio di fuoco senza poterne

tenere un pugno a fecondare
di tempo generoso il fondale;

popolato d’infinite creature
d’occhi tutte fameliche bocche

a pelo di superficie e mostri
nel pozzo del buio nascosti.

(p. 135)

 

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2015)

 

Gianluca D’Andrea

 

 

 

Giancarlo Pontiggia su La somma di ogni ritorno

«Credo/ nel sacro di ogni incontro»: inizia così, con questa intensa professione di fede, un libro di stagioni e di fioriture, di luci e di silenzi, che non si limita a contemplare il mondo della natura, ma vuole abitarne il cuore pulsante, far proprio ogni fruscio del tempo, penetrare nell’onda assorta della notte, schiudersi come un calice al rosa di un mattino.

Chiara De Luca, il cui nome sembra già contenere la potenza sorgiva della luce da lei tanto invocata – e fissata – sul ciglio della pagina, s’inoltra dunque con passione fra i nomi che dicono terra e acqua, fuoco e aria; e lascia che la propria anima – «a lungo dissodata» – si faccia arare come una zolla, o intridere della materia più cangiante delle cose, affidandosi al potere metamorfico delle immagini, non per abbellire la realtà, ma per conoscerla nella sua sostanza più ardua e impervia.

Così, nei suoi versi, il giorno si espande come un oceano, i silenzi sono spiagge, «si gonfiano le reti dell’aurora», tutto è «fiato», «respiro» (parole-chiave del libro, nomi-cuore di una visione del mondo che si fa poetica, e detta il senso delle poesie stesse), la terra un braciere sul quale «ci scaldano le foglie crepitanti». Allora, gli stipiti dei tetti possono «acuminare gli spigoli del cielo», e perfino un’auto può «guadare/ l’asfalto frusciando».

Quante volte, tra le stanze di questa raccolta, non abbiamo percepito il movimento dell’anima che ora si slancia verso un futuro tutto da inventare, finendo per toccare circolarmente le origini stesse della vita; ora si ripiega in se stessa, come a custodire qualcosa che deve restare celato, forse ignoto agli occhi stessi che si sporgono sul mondo (gli occhi: «piccoli soli sospesi alla pianta / a precipizio sul pozzo del verde»).

Ma sempre, che ci s’inondi della luce ardente di un meriggio d’estate, o si sprofondi in un brolo di foglie che marciscono, è un sentore di misteriosa, enigmatica vita che prende il lettore di queste pagine, soggiogandolo con la forza impressiva e ipnotica, lapidaria e arcaica, delle immagini: «Venivo da lontano dentro,/ ti portavo negli occhi sacrale/ sgomento, fui non sapere,/ neve nelle tue mani al disgelo./ Fui fiera, vergogna, distanze,/ delle tante fui una e tu unico/ tempio dove officiavo/ nel buio il sacrificio del tempo,/ bruciando incensi di fedeltà/ fascine scomposte d’attesa/ neniando pazienza mortale,/ tra i denti il pane del desiderio/ a spezzare l’osso dell’ingenuità/ – sangue stillando esperienza/ – a metà».

 

 

 

Giancarlo Pontiggia about The Sum of Each Return

I believe / in the holiness of every meeting.” Thus, with this intense statement of faith, begins this book of seasons and of blossomings, of light and of silences, a work that does not merely contemplate the natural world but seeks to live within its beating heart, to make time’s every whisper its own, to slip deep within night’s enraptured waves, and open like the calyx of the morning rose. Chiara De Luca – her very name seems to contain within it the pure power of the light she so often invokes – and stares at – on the eye of her page, steps passionately from name to name, be it fire, earth, water or air, and allows her “long-tilled” spirit to be ploughed like a plot of land or impregnated with the most iridescent stuff of things, trusting in the metamorphic power of her images not to embellish reality but to come to know it in its hardest, most impervious aspect. In these poems the day spreads out like the sea, silences are beaches, “on the streets expand the nets of dawn”, everything is “breath”, “breathing” (this is the key word in the entire book, the heart-name of a vision of a world that in and of itself becomes poetry, even given the meaning of the poems themselves), and the earth a brazier on which “crackling leaves warm us”.

Here, roof jambs can “sharpen the edges of the sky” and even a car can “ford the rustling tarmac”. How often in the verses that make up this collection do we not feel the movement of the spirit, soaring towards a future still to be created in its entirety, and ending by coming back full circle and touching on the very origins of life. Now it turns back upon itself, as if watching over something that needs to remain concealed, something perhaps unknown to the very eyes that bulge out towards the world (eyes: “little suns hanging from the plant / right over the well of green”). But always, whether it bathes itself in the burning noontime summer heat or sinks into an orchard of rotting leaves, the sensation that seizes the reader of these pages is one of life as both mystery and enigma.

This sensation is brought to overwhelming strength by the sheer might of Chiara’s impressive, hypnotic, pithy, archaic images: “I came from far within / in my eyes I brought you sacred / consternation, I was not to know / in your hands I was as snow in the thaw. / Fierce was I, shame, distances, /of the many was I the one and you / the sole temple where in the dark / I would sacrifice to time, burning / the incense of fidelity / broken down faggots of expectation / singing dirges of fatal patience / between my teeth the bread of desire / to break the bone of naivety / – blood oozing experience – / in half.”

 

 

 

INTERVISTE

Alessandro Canzian sul suo blog

Chiara, cosa vuol dire, per la tua poesia, correre quindici chilometri al giorno?

Vuol dire moltissimo. Ho iniziato a correre a otto anni, proprio quando iniziavo a scrivere i primi racconti e pensieri in libertà. Ho fatto corsa di fondo e mezzofondo a livello agonistico per oltre dieci anni, poi, proprio nel momento in cui avrei dovuto iniziare a preparare gli europei, ho lasciato l’attività agonistica. Questo perché sentivo che stavo perdendo la passione di correre, liberamente, cosa che non ho mai smesso di fare. Correre è infatti una droga, una necessità. Correre (sotto il sole, il diluvio, la neve, contro il vento, in salita e nel fango) mi ha insegnato la pazienza e la costanza. Nella corsa di fondo sei solo, con le risorse del respiro e del sangue, impari ad ascoltarti, a concentrarti sull’azione, sentendoti parte del percorso che attraversi, verso un traguardo cui non pensi. Non ho mai amato la corsa di velocità, dare il massimo nel più breve tempo possibile. Ho sempre preferito la corsa di fondo perché ti lascia il tempo di pensare, valutare, di dosare le energie, di andare in progressione usando la testa e la tecnica della gara tattica. È un po’ quel che accade quando scrivi.

La mia esperienza con l’attività agonistica mi ha insegnato che ciò che più conta è preservare la passione del gesto – di scrivere, di correre – al di là dell’ambizione, del riconoscimento esteriore. Correre mi ha insegnato che ci sono atleti (e poeti) che si bruciano la vita e ogni gioia per il “risultato”, che coppe e medaglie finiscono in cantina (e le recensioni in un cassetto), ma quel che resta e per cui vale la pena continuare è altro: il riposo dopo la fatica, fisica e mentale, la doccia degli irrigatori nel prato al decimo km sotto il sole d’agosto, una poesia terminata dopo decine di revisioni, una coperta calda che ti sghiaccia il sangue d’inverno, la soluzione trovata dopo ore trascorse sopra un singolo verso, scarpe consumate, fogli strappati. Scarpe nuove e fogli bianchi da inaugurare. Correre mi ha insegnato ad avere pazienza quando le gambe non girano o la parola giusta non viene, a non arrendermi di fronte a un infortunio che ti costringe a fermarti, così come di fronte ai periodi di silenzio della scrittura, mi ha insegnato a sopportare la fatica di ricominciare da capo, infilando le scarpe da corsa o prendendo in mano la penna quando ormai non ci speravi più.

Vi sono elementi forti nella tua poesia, quasi ricorrenti, o almeno così a me sembra: il corpo, la natura, Bologna. Cosa sono questi elementi?

Il corpo è il foglio su cui si scrive l’esperienza. A volte basta ascoltarne il respiro per ricostruirla.

La natura è la mia città natale, il luogo cui ritornare per riconoscersi e ritrovare una identità unitaria di anima e corpo.

Bologna ricorre spesso nelle poesie più recenti perché vi ho vissuto una decina d’anni. È un territorio di estraneità che t’imprigiona o respinge, un passaggio da attraversare, una parentesi di grande solitudine dell’anima al cospetto di se stessa.

La forma della tua poesia è molto regolare, si capisce che ha una sua volontà all’interno. Non è pesante ma non vuole essere leggera, non dimentica rime e assonanze, tanto da far percepire la forma come importante. Non scrivi poesia narrativa, questo è certo. E non direi nemmeno poesia lirica. Cos’è la tua poesia? Cos’è la tua forma?

Per me la poesia è musica. Scrivere è trascrivere la musica interiore e quella insita nelle cose, nelle parole negli sguardi delle persone, nei ricordi. Quando scrivo seguo una mia ferrea partitura, un ritmo che avverto all’orecchio della mente, in sottofondo. Lavoro su ogni singolo verso perché risponda a quell’andamento, forse anche seguendo dei giri di note su cui improvviso e vario. La mia poesia è canto che la forma cerca di contenere, forse perché non si disperda.

Come la traduttrice influenza la poetessa?

Tradurre è fare a pugni con la lingua, lavorare pazientemente su ogni singola parola, cercare un ritmo, creare qualcosa di nuovo.

La traduzione è la cover di una canzone, una creazione mediata, quindi è un esercizio fondamentale.

Tornando alla metafora sportiva: tradurre è fare potenziamento in palestra, con pesi, carichi e attrezzi. Scrivere è correre più liberamente, anche se le regole (di ritmo, respiro, andature) ci sono sempre. Correre fuori dai confini di una palestra è in sé più divertente, ma lo è ancor di più se hai i muscoli allenati.

Una domanda d’obbligo, simile alla precedente: come l’editrice influenza la poetessa?

Il lavoro di editrice ti porta a leggere molto e penso che il confronto e il dialogo con i testi altrui sia fondamentale nel percorso di ricerca della propria voce, delle proprie voci. Inoltre ti fornisce molte occasioni d’imparare dagli errori, siano essi stilistici e formali oppure umani e relazionali.

Ed ora, per chiudere, qual è il futuro prossimo di Chiara De Luca?

Una nuova sede per Kolibris, e dunque il 16° della mia collezione di traslochi. Diversi libri di poesia italiana e straniera in preparazione per l’autunno, nuovi corsi di scrittura e traduzione organizzati dalla casa editrice, la stesura di un nuovo romanzo, due collane da avviare (una di letteratura rumena e una di letteratura americana), correre.

 

 

 

 

Alberto Cellotto su Librobreve

Prosegue la piccola serie di interviste estive, stavolta con l’intento preciso di introdurvi ad un progetto editoriale meritevole della vostra attenzione. Parliamo della casa editrice Kolibris, fondata da Chiara De Luca. Ad una semplice sbirciata del catalogo, rapidamente ispessitosi, è evidente lo sforzo “stoico” di andare oltre le secche delle discussioni modaiole che spesso sterilizzano il dibattito letterario italiano, il quale tra l’altro si pone assai di rado, almeno in ambito poetico, il “banale” e semplicissimo interrogativo di capire cosa accada e come si scriva poesia al di fuori dei nostri confini. I libri, spesso piccoli e brevi, confezionati da Kolibris sono invece un’ottima risposta alle curiosità e all’interesse di chi si pone, più o meno frequentemente, questo tipo di domande. Ci auguriamo naturalmente che questi lettori diventino sempre di più in numero. E che la critica o il fantomatico dibattito facciano pure il percorso che credono, anche ignorando queste pregevoli traduzioni. Spesso non si sa cosa si perde…

LB: Quando e come nasce Kolibris e come definiresti la sua linea editoriale? Quale la scintilla?
RISPOSTA: Kolibris è nata ufficialmente nell’ottobre del 2008 a Bologna, da una duplice esigenza: quella di inventarmi un lavoro, e quella di creare promuovere e diffondere poesia che ritenevamo meritevole esclusivamente sulla base della lettura del nudo testo, in virtù di criteri di valutazione dell’effettiva qualità letteraria dell’opera, a prescindere da qualsiasi linea, scuola, orientamento di pensiero e da qualsiasi altro condizionamento accessorio.

LB: Da chi e come viene la produzione dei volumi, l’aspetto grafico, l’impaginazione e gli altri aspetti legati al “fare libri”?
RISPOSTA: Viene da lontano, da quando da bambina realizzavo piccoli libri di racconti ritagliando fogli a quadretti e cucendoli insieme. Ho sempre pensato che le parole non abbiano bisogno di molto altro che di un foglio bianco. Questa convinzione si è tradotta in volumi tascabili di formato 12×17, dall’aspetto grafico sobrio ed elegante al contempo, con copertina monocroma bianco avorio di una tonalità poco più scura dell’interno, molto curati nelle finiture e nei materiali. Mi occupo io stessa dell’impaginazione e seguo personalmente tutte le fasi della lavorazione dei libri.

LB: Parliamo di traduzione, un argomento che ti riguarda da vicino ma che investe in pieno l’essenza del progetto Kolibris, visto che non sono poche le traduzioni che pubblicate. Come avvengono le scelte e come vengono assegnati i lavori di traduzione, valutate eventuali proposte e ultimato l’editing?
RISPOSTA: Sì, Kolibris è nata anche con l’intento di promuovere e valorizzare il lavoro di traduzione, di cui non sempre è riconosciuta l’importanza. Circa il 70% dei libri del catalogo Kolibris, suddivisi in venti collane, ciascuna dedicata a un paese europeo o extraeuropeo, sono opere di autori stranieri pubblicati con testo a fronte. Gli autori vengono scelti sulla base di consigli e indicazioni di editori stranieri o dei collaboratori di Kolibris, tutte persone già attive da anni nei rispettivi ambiti culturali di pertinenza in qualità di ricercatori, docenti universitari, traduttori, critici letterari e poeti. Spesso sono autori stranieri che hanno già pubblicato con Kolibris a presentarmi l’opera di altri autori, connazionali o meno, che ritengono meritevoli d’interesse e di attenzione. A volte sono gli autori stessi a proporre le proprie opere per una eventuale traduzione e pubblicazione in Italia. Altre volte sono i traduttori a presentare un progetto editoriale relativo a un autore che amano e di cui spesso si occupano da tempo, e che vorrebbero vedere pubblicato in Italia. Solitamente si tratta di traduttori di professione, dunque le loro traduzioni non necessitano di un editing “pesante” e interveniamo più che altro su eventuali refusi e distrazioni. Anche perché se diamo uno stesso testo da tradurre a venti traduttori diversi avremo venti testi ben diversi l’uno dall’altro. Da traduttrice poi nutro un forte rispetto per il lavoro altrui e tendo a non intervenire se non dove ritengo che sia strettamente necessario.

LB: E con gli autori italiani, qual è il rapporto?
RISPOSTA: Valutiamo tutti i manoscritti che pervengono in casa editrice, in forma cartacea o a mezzo e-mail e forniamo in ogni caso una risposta. Nel caso di risposta affermativa si comincia a lavorare insieme a un progetto comune che non ha come unica finalità quella della pubblicazione di un libro, bensì anche un dialogo in vista di future collaborazioni.

LB: Quali sono i titoli di cui andate più fieri e quali sono quelli che hanno suscitato maggiore interesse?
RISPOSTA: Tutti i titoli sono stati accuratamente vagliati e ogni libro è l’esito di un percorso. Ciascuno quindi riveste per me la stessa importanza.

LB: Con quali mezzi si affaccia nel grande mare librario una sigla editoriale come Kolibris? Quali le strategie di promozione e visibilità?
RISPOSTA: Lavoriamo molto sulla promozione online. I nostri libri possono essere ordinati in tutte le librerie italiane e su vari siti, tra cui ibs, webster, libreria universitaria, uni libro, amazon, e nella nostra libreria online www.kolibrisbookshop.eu. Penso che i lettori accorti di poesia non vadano a cercarla nelle librerie, dove lo spazio a essa riservato è sempre più esiguo e orientato a strategie che nulla hanno a che fare con la qualità dell’opera.

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